IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

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Il passaggio naturale

di GIORGIO BARGNA
Spesso, per convinzione, identifico nella Comunità l’alternativa allo Stato, inteso nel senso “moderno”. Non soppresso, ma modificato, il nuovo (si fa per dire) modello di Stato lascerebbe libero sfogo alla Comunità, un’ entità oggi dai più dimenticata e cancellata di fatto dall’individualismo di forma capitalista estrema.
Ritengo un grande pregio della Comunità  quanto i detrattori, spesso, descrivono come limite: una fiducia di prossimità, affidata non più all’ impersonalità di un apparato burocratico ma a consuetudini non scritte, capaci nel corso del tempo di divenire tradizione.  I detrattori sostengono spesso anche che il concetto di Comunità porterebbe alla diffidenza verso tutto ciò che è “progresso” in base a quanto descritto qui sopra, si dimenticano però i signori che sino a poche generazioni fa il mondo era basato essenzialmente sul territorio ristretto, eppure il progresso non si è mai fermato, semmai si alimentava in modo assennato.
E’ indiscutibile che le “Piccole Patrie” siano da sempre un punto di riferimento certo ovunque si creda nell’ autodeterminazione, nel bisogno di libertà dalla burocrazia e di rinnovamento della forma politico/amministrativa. Mia è una certezza: una Regione, un Territorio non possono essere definiti e ritenuti tali se al loro interno non esprimono nemmeno un movimento autonomista, per quanto piccolo esso sia.
Solo la presenza di questo presupposto può costruire qualcosa utilizzando, quale immagine illustrativa, una pianta dall’anima con radici ben piantate nel terreno della storia e tronco slanciato verso il domani.

Tra le idee e le tesi di Gilberto Oneto che condivido vi è quella che afferma che “il vero motore, il luogo di incubazione delle civiltà sono state soprattutto le piccole comunità, le aggregazioni di poche migliaia di individui. I riferimenti fondativi vanno ricercati nel diritto naturale, nella tradizione, e nella consociatio symbiotica che Althusius pone alla base di ogni struttura comunitaria”.

Le Comunità possiamo certamente, e senza paura di sbagliare, descriverle come pacifiche, vivaci, produttive, “libertarie” e valorizzatrici del talento locale.
Le “Piccole Patrie”, proprio perché piccole, portano in se molti vantaggi (tutti slegati dalle “grandi ideologie moderne”), si può partire nella loro descrizione dal risparmio nella gestione degli apparati burocratici, passando attraverso ad una più circoscritta, se non quasi inesistente, conflittualità sociale per approdare ad una quasi inesistente casta politico burocratica. Va aggiunto a tutto questo l’espressione localista  di una specializzazione produttiva peculiare, completamente disgiunta dai mercati esterni, un argine ben saldo a riparo delle esondazioni delle monocolture e delle monoproduzioni tanto care alle multinazionali ed ai loro rappresentanti; il tutto senza voler aggiungere qualcosa che dovrebbe essere ovvio ed invece viene ignorato: la presenza di molteplici piccoli mercati è la protezione assoluta del libero mercato, se inteso nel senso onesto e vero del termine.
Il passaggio a Nazioni di ampie dimensioni ha propagato a dismisura le differenze sociali e di ricchezza, poche aree centrali(ste) si arricchiscono a discapito di zone rese periferiche, sfruttate, ignorate nelle loro necessità  e rese schiave; il principio della globalizzazione ha moltiplicato all’ennesima potenza questo fenomeno anche su Stati e Continenti creando di fatto il “centralismo economico”.
Il vantaggio certo di una compravendita ed una produzione localizzata, l’ho scritto più volte, è il contenimento nei propri confini di molta della ricchezza impiegata, il tutto associato alla re-immissione del valore prodotto sul territorio, oltre che ad evitare il coinvolgimento in una filiera molto ampia in cui la comunità locale viene coinvolta solo nella fase della vendita del prodotto finito. Se applicato onestamente e secondo canoni legittimi questo modus operandi  alimenta un benessere collettivo in diversi settori produttivi , favorendo un sistematico sviluppo  del localismo economico e tutelando la conservazione buona parte dei bisogni della Comunità e gli strumenti materiali e culturali utili a soddisfarli.
Stati e Territori dalle dimensioni sostenibili maturano una maggiore consapevolezza dei propri limiti a livello economico ed anche, in parte, culturale e proprio perché consci di questo automaticamente tendono, si a preservare i propri linguaggi e le proprie tradizioni, ma anche, ad assimilare linguaggi esterni, il che consente di relazionarsi con altri territori e di contrarre una tolleranza verso la diversità che può svilupparsi solo grazie all’abitudine del confronto tra gli uni e gli altri. Questa consapevolezza porta automaticamente ad una posizione in cui si tende si a tutelare la propria identità, ma anche ricercare una congrua integrazione; da questo status prende avvio quel percorso che pur salvaguardando le piccole e proprie peculiarità aggrega. Un percorso, un obbiettivo che si materializza con un termine specifico: Federalismo.
Sulla base di quanto descritto, sulla sempre più elevata voglia di rifondamento da parte di cittadini e territori e della vetustà dell’attuale assetto geopolitico è ipotizzabile che negli anni a venire osserveremo una nuova cartina geografica europea (e forse non solo) nella quale spiccheranno nuove forme istituzionali di Nazione nate dalla progressiva voglia di aggregazione di piccoli territori in forma federale. 
Affermava qualche mese fa Marco Bassani: “La nuova Europa che si profila all’orizzonte non deve suscitare timori di sorta: non avremo conflitti, né scontri. Con ogni probabilità, tutto avverrà attraverso un voto e una serie di negoziati: prendendo a modello quell’accordo tra Cameron e Salmond che ha fissato, sempre per il 2014, il referendum sull’indipendenza scozzese. Non è un caso che il primo ministro britannico, proprio mentre apre negoziati con le comunità storiche, si appresta a chiedere agli inglesi se vogliono continuare a far parte di quel cartello mummificato di Stati nazionali ottocenteschi chiamato Unione europea”.
Condivido in toto questo pensiero che non ritengo essere una speranza ma bensì una certezza.
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Un commento su “Il passaggio naturale

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Questa voce è stata pubblicata il 7 febbraio 2014 da .

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