IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

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Lettera ad un elettore di centrodestra: il punto è che l’Italia, in cui tu continui a credere, è lì lì per esplodere.

italia-morta

di PAOLO AMIGHETTI

Carissimo,
so benissimo che non posso chiamarti «pidiellino»: ti offenderesti, dopo quanto successo l’anno passato. Tu ti senti magari «berlusconiano», se non addirittura conservatore o «di destra». So anche che tu ed io, politicamente, ci intendiamo poco: tu hai dato fiducia al Cav votando il suo partito (o un altro della sua coalizione) alla Camera e al Senato, forse per impedire un trionfo dei «rossi», o perché convinto che sia opportuno ritentare la rivoluzione liberale; io ho preferito astenermi alle elezioni nazionali, convinto come sono che questo Paese, così com’è, cioè uno e indivisibile, semplicemente non stia più in piedi. Per intenderci, sogno una penisola divisa in tanti nuovi stati: Lombardia, Veneto, Napolitania, Roma città libera, Trieste, Sicilia,  Sardegna, eccetera. E allora perché ti scrivo? Perché sono convinto che, nonostante tutto, un dialogo sia ancora possibile: anche se la pensiamo diversamente.

Non credo che tu abbia, di me, una grande opinione: non negarlo. Mi consideri uno sfascista un po’ egoista e un po’ ciarlatano, un passatista che vorrebbe tornare alle guerre tra le città, come nel Rinascimento. Uno che non crede nell’Italia perché odia il Mezzogiorno, e magari tu sei campano o pugliese (infatti in quelle regioni Silvio ha sfondato), oppure lo sono i tuoi padri o nonni. Ti arrabbi quando vedi Borghezio in televisione o su Youtube, perché dice peste e corna di Napoli, e non puoi sopportare Salvini. Oppure sei milanese o piemontese, ma sei allergico al regionalismo e all’indipendentismo perché affezionato all’Italia, nella quale séguiti a credere. Mi consideri, in fondo, un leghista da strapazzo, insensibile alla storia patria, ai morti in guerra per questo Paese, eccetera eccetera.

Lascia, te ne prego, che ti corregga. Anche a me danno fastidio le odiose invettive degli ex «colonnelli» bossiani; anch’io detesto la spocchia del nuovo segretario del Carroccio, e credo che il partito leghista sia meritatamente finito ai margini della politica che conta, con il suo sterile quattro percento. La Lega, lo dico chiaramente, ha interpretato il malcontento di lombardi e veneti e l’ha lasciato andare a male, interessata al potere e alle poltrone più che alle riforme, anzi alla rivoluzione del sistema politico confusamente promessa (autonomia, federalismo, secessione, devolution, federalismo fiscale?) sinora.

Il punto è che l’Italia, in cui tu continui a credere, è lì lì per esplodere. Per colpa di quei cattivoni dei tedeschi? O degli extracomunitari? Oppure perché non ha riacquistato la sovranità monetaria? Nossignori. L’Italia muore di tasse e di debito pubblico, e su questo sei d’accordo anche tu, visto che hai votato uno che da anni non fa che promettere l’abbassamento delle imposte e lo snellimento della macchina dello Stato. E non puoi negare che il trasferimento di risorse promosso dal governo (non da ieri, ma almeno dal dopoguerra) ha anche evidenti connotati territoriali, al di là delle ovvie eccezioni: lombardi e veneti, ad esempio, danno allo Stato molto più di quanto ricevano, perché molto del denaro che abbandona le terre del Po non vi ritorna più. Nel Mezzogiorno, viceversa, è del tutto logico e razionale fare affidamento sulla redistribuzione governativa piuttosto che scommettere sul mercato e sulla concorrenza. Alla luce di tutto ciò, come puoi biasimare la protesta dei separatisti veneti, già piuttosto rumorosa, o quella più sommessa dei lombardi, o quella dei triestini che sognano di fare della loro città un porto franco nell’Adriatico?

Disse una volta Mussolini: «Non esistono questioni settentrionali o meridionali: esistono questioni nazionali, poiché la nazione è una famiglia, e in questa famiglia non ci devono essere figli privilegiati e figli derelitti». Benissimo. Può darsi che tu, sotto sotto, sia d’accordo con questa massima, anche se forse preferisci evitare di elogiarne l’autore. Ma chi sono i privilegiati, oggi? I lombardi che ogni anno devono rinunciare alle migliaia di euro sottratte loro dalla mano pubblica, o i calabresi schiavi dello Stato assistenziale e dei suoi interessi simil-mafiosi? Privilegiati sono gli uomini della classe politica e tutti coloro che di politica vivono- e alla grande. E quelli non piacciono né a me, né a te.

Né è vero che io, in quanto indipendentista, provi disprezzo per coloro che sono morti, decenni fa, sotto le insegne sabaude. Perché dovrei portare rancore per ragazzi della mia età chiamati alle armi e obbligati ad avanzare, pena l’esecuzione sommaria? Perché, poi, dovrei nutrire antipatia verso i grandi della letteratura italiana, o per le eccellenze culturali che hanno dato alla Penisola notorietà e prestigio in tutto il mondo? Nella Confederazione Lombarda si studierà Dante e si mangerà la pizza, non c’è da temere.

Ma concedimi una frecciatina: quasi tutto ciò che ha fatto grande il nostro passato è figlio di epoche in cui esisteva non un’Italia unita, ma una penisola disgregata e frammentata. Il Medioevo non fu nazionale, ma comunale. Il Rinascimento fu solo geograficamente «italiano», poiché l’Italia-Stato non esisteva, ovviamente: fu così fiorentino, romano, veneziano, milanese, padovano, mantovano, eccetera. Inutile mettere in conto le antiche glorie all’unità politica di un popolo votato da secoli al municipio e al campanile: all’ombra dei quali è nata di recente la voglia di indipendenza di veneti, lombardi e triestini.

Tutti costoro non chiedono che una cosa, caro amico: di votare per decidere del loro futuro. Una nazione, diceva qualcuno, è «un plebiscito quotidiano». La nazione in cui tu credi non fa, non può fare eccezione. Perché non concedere un referendum per l’indipendenza a chi lo richiede? Perché non rimettere il destino dell’Italia nelle mani dei cittadini? Saranno le urne a decidere: sarebbe un buon metodo per testare la volontà degli italiani di rimanere tali, niente di più. Che altro? Se in Veneto, poniamo, vincessero i «No» all’indipendenza, avrai avuto ragione tu. Allora lo riconoscerò, e la smetterò di annoiarti. Promesso.

Fonte:http://www.dirittodivoto.org

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Questa voce è stata pubblicata il 30 gennaio 2014 da .

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