IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

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A proposito di autodeterminazione dei popoli: il futuro della Catalogna indipendente e l’Unione Europea.

di Aleix Sarri pubblicato http://www.vilaweb.cat/

Traduzione di Paolo Amighetti ( DIRITTO DI VOTO)

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È improbabile che l’Europa ostacoli una Catalogna indipendente. Ciononostante, non sarà certo l’Unione a facilitare il processo di distacco da Madrid. Alla luce di tali premesse, alla Catalogna resta un lungo cammino da compiere prima di divenire a tutti gli effetti un nuovo Stato integrato nella comunità internazionale –che è poi l’obiettivo per cui i catalani hanno manifestato l’11 settembre 2012. Una pacata analisi della situazione mostra che esistono buone ragioni per credere che, una volta giunto il momento adatto, la soluzione potrebbe essere politica: non mancano le opportunità di raggiungere la piena sovranità senza sacrificare l’europeismo, che resta la pietra angolare del progetto catalano.

La storia e la giurisprudenza sono i migliori antidoti alle ciance apocalittiche che mirano soltanto a privare i catalani di un pieno esercizio democratico della cittadinanza. Per motivi economici e di democrazia –vera spina dorsale dell’Unione- le potenze dell’Europa del nord non cercheranno in nessun modo di bloccare il processo di autodeterminazione catalano.

1. L’Unione europea è indecisa sulla posizione da assumere

Almeno in teoria, la Commissione europea –il governo dell’Unione, composta da 28 Stati Membri- resta neutrale nei confronti della Catalogna, e i dettagli della procedura per un ingresso di un ipotetico Stato catalano non possono essere noti finché uno degli attuali Stati Membri non avanzerà formale richiesta perché la Catalogna venga inclusa nel novero.

Il 12 novembre 2012 la Commissione europea ha rilasciato questa dichiarazione: “Ipotesi di distacco di una parte di uno Stato Membro o di creazione di un nuovo Stato non sono asettiche, come certificano i trattati europei. La Commissione esprimerà la sua opinione sulle conseguenze legali secondo la legge europea, in seguito alla richiesta di uno Stato membro che delinei un preciso scenario.”

Dato che non ci sono precedenti a riguardo, i giornalisti e gli europarlamentari hanno chiesto più volte delucidazioni in merito, senza grande successo. Nonostante la differenza di vedute di alcuni commissari e alcune osservazioni contraddittorie di taluni personaggi, la Commissione europea ha stabilito che un nuovo Stato dovrebbe adeguarsi alla procedura standard che prevede l’accettazione unanime degli altri Paesi, Spagna inclusa.

23 febbraio 2012: “La Commissione non è al momento in grado di esprimere un qualsiasi parere sul tema specifico, dato che i termini e le conseguenze di qualunque futuro referendum sono sconosciuti, così come la natura delle possibili futuri relazioni tra le parti in causa e tra queste parti e gli altri membri dell’Unione europea”.

L’ultimo responso della Commissione è espresso in modo astruso, ma non poggia neppure stavolta su basi giuridiche certe. Bisogna sottolineare che in questo senso non sono affatto chiare le possibili ripercussioni sulla cittadinanza europea dei catalani, che già oggi sono europei, dato che la loro nazionalità riconosciuta è la spagnola.

Se parte del territorio di uno Stato Membro cessasse di appartenere a quello stato per diventare un nuovo stato indipendente, i Trattati decadrebbero per quel territorio. In altre parole, un nuovo stato indipendente dovrebbe, in ragione della sua stessa indipendenza, divenire un Paese terzo rispetto all’Unione europea, e i Trattati in vigore diverrebbero nulli entro i suoi confini.

Ai sensi dell’Articolo 49 del Trattato di Maastricht, qualunque stato europeo che rispetti i principi espressi dall’Articolo 2 del suddetto Trattato deve sottoporre la richiesta di ingresso nell’Unione. Se la richiesta è accolta all’unanimità dal Consiglio europeo, partono le negoziazioni tra lo stato candidato e gli Stati Membri in merito alle condizioni di ingresso e le rettifiche ai Trattati che tale ingresso impone. L’accordo è sottoposto alla ratifica di tutti gli Stati Membri e dello stato che aspira all’ingresso” (Commissione europea, 20 novembre).

Bisogna capire, ora, se una simile interpretazione dei Trattati rimarrà tale e quale in seguito alle elezioni del 2014, all’insediamento di un nuovo Presidente della Commissione europea e al probabile exploit dei partiti euroscettici, che potrebbero frammentare più che mai il Parlamento europeo. Non va dimenticato un dettaglio rilevante: molti politici europei si pongono il problema di una Catalogna indipendente nell’Europa comunitaria, ma pochi di loro si schierano pubblicamente contro l’indipendenza o contro il diritto dei catalani all’indizione di un referendum. Alcuni si sono spinti addirittura oltre, come il Partito liberale europeo –terzo gruppo all’Europarlamento, i cui leader hanno già sostenuto pubblicamente il diritto dei catalani a decidere del proprio futuro.

 

2. Che ne pensa la Corte Internazionale?

Per quel che riguarda il diritto internazionale, il dato è evidente: l’indipendenza è una procedura quasi di routine, in un mondo composto da 206 stati indipendenti che nel 1914 ne contava appena 61.

Ma è opportuno considerare un breve stralcio del giudizio rilasciato dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia il 22 giugno 2010:

La Corte rileva che il Consiglio di Sicurezza ha condannato talune dichiarazioni di indipendenza… L’illegalità di queste dichiarazioni [non discende] dalla loro unilateralità, ma dal fatto che implicavano l’uso illegale della forza, o ulteriori violazioni delle generali norme del diritto internazionale”.

La prassi statuale in questa fase storica (nei secoli XVIII, XIX e XX) ci porta chiaramente a concludere che il diritto internazionale non pone veto alcuno alla dichiarazione dell’indipendenza”.

Tutto questo lascia supporre che l’indipendenza della Catalogna non contrasti in alcun modo con il diritto internazionale, a meno che per conseguirla non si ricorra alla forza o venga violata la Dichiarazione universale dei diritti umani. Questo fatto può favorire notevolmente il riconoscimento degli altri stati, elemento chiave per il consolidamento della Catalogna futura.

3. Catalogna: una Norvegia mediterranea?

Se l’Unione mantenesse la regola dell’unanimità per l’ammissione dei nuovi Stati Membri, la Spagna, da sola o a fianco di altri stati amici, potrebbe far valere il suo potere di veto ed impedire l’immediato rientro della Catalogna nell’UE. Ciononostante, in caso un buon numero di stati europei ne riconoscesse l’indipendenza, lo stato catalano potrebbe beneficiare del mercato comune stipulando un apposito trattato con la Commissione europea.

Per entrare a far parte dello Spazio economico europeo bastano l’assenso di una maggioranza del Consiglio (2/3 dei voti degli Stati Membri, come previsto dall’Art. 207 del Trattato di Lisbona) e l’approvazione del Parlamento europeo. La Spagna non ha alcun diritto di porre veti a che la Catalogna seguiti a vendere i propri prodotti sul mercato europeo, che conta 500 milioni di persone.

L’unico inconveniente di quest’ipotesi è che, per beneficiare dell’ingresso nel mercato unico, la Catalogna dovrebbe seguitare a sottostare alle decine di provvedimenti adottati annualmente dall’Unione senza avere su di essi molta più influenza politica di tante altre lobbies esterne alle istituzioni.

4. Immediata riammissione all’UE

Su questo il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso è stato chiaro, e non in una sola occasione: la Catalogna, una volta dichiarata l’indipendenza, dovrebbe seguire il normale processo di accesso secondo i criteri di adesione stabiliti a Copenaghen, e darsi un governo che soddisfi i parametri e le norme comunitarie e goda dell’approvazione unanime degli Stati Membri dell’Unione.

Un’analisi compiuta dal Parlamento britannico ha individuato questa soluzione come la più adatta al caso scozzese, ribadendo peraltro che questo processo richiederebbe, certo, molti mesi o addirittura poco più di un anno; ma poiché la Scozia non è la Turchia, i suoi cittadini sono cittadini europei: giusto, quindi, che l’iter di riammissione sia privo d’intoppi.

Questa ipotesi prevede che la Catalogna diventi membro a tutti gli effetti dell’Unione europea: che abbia dunque un Commissario, 16 europarlamentari e gli stessi diritti degli altri Stati Membri del Consiglio europeo. Dovrebbe dimostrare concretamente la propria solidarietà verso gli altri Paesi dell’Unione: una stima che prenda a modello la spesa della Finlandia indicherebbe per la Catalogna una quota di circa 693 milioni di contribuzioni nette ogni anno.

Il pericolo più grave sarebbe, in ogni caso, il veto spagnolo. Senza le necessarie modifiche ai Trattati che prevedono l’unanimità, chissà fino a quando la pressione politica del Consiglio riuscirà ad evitare la rottura dell’Unione.

Il governo catalano avrebbe comunque la possibilità di portare il caso al cospetto della Corte europea di Giustizia per richiedere un’interpretazione dei Trattati che rispetti lo status di cittadini europei dei cittadini catalani.

5. E se l’Europa sistemasse la questione catalana con una piroetta politica?

Se la Gran Bretagna uscisse dall’Unione, la prossima riforma dei Trattati includerebbe forse la possibilità di istituire forme intermedie di adesione all’UE, in modo tale da consentire ai britannici una permanenza meno impegnativa. L’accordo di associazione del Kosovo all’Unione mostra che l’integrazione europea può farsi molto rapida, quando necessario. Come afferma il professor Ivan Serrano nel suo libro “From the Nation to the State”: “Un elemento da evidenziare nella situazione originatasi in seguito al caso kosovaro è che il diritto internazionale non protegge necessariamente l’integrità degli Stati frazionati da secessioni unilaterali, a patto che queste non violino le norme esplicite dell’ordinamento internazionale”. L’esempio della Cipro turca dimostra che l’Unione europea è in grado di ricorrere talvolta a soluzioni alternative.

Perciò non dobbiamo essere troppo frettolosi nelle conclusioni. Secondo documenti resi pubblici in Scozia, passano in media 16 mesi tra lo svolgimento di un referendum che legittima l’indipendenza e la sua formale proclamazione. In questa fase si presenterà tutta una serie di occasioni di negoziazione dell’appartenenza della Catalogna all’Unione.

Quel periodo consentirà anche all’Unione di sviluppare una strategia adatta ad evitare il disastro geopolitico ed economico della perdita della Catalogna, che rimane un crocevia strategico per le merci di grande rilevanza commerciale (simile a Portogallo e Finlandia), oltre che un centro privilegiato di internazionalizzazione.

I catalani non si preoccupino: anche se non sappiamo con quale giravolta legale l’UE risolverà il loro caso, la permanenza del nuovo Paese perlomeno nel mercato comune dovrebbe essere assicurata.

Conquistata l’indipendenza politica e conservata la partecipazione all’Area economica europea, i benefici supererebbero di gran lunga i costi di permanenza entro lo stato spagnolo. Il migliore strumento di negoziazione dei catalani, in definitiva, è la determinazione con la quale tentano di raggiungere la propria indipendenza: l’Unione europea, tutto sommato, si è sempre adeguata ai mutamenti e alle nuove realtà. Non sarà certo in prima fila ad applaudirli, ma non metterà loro i bastoni tra le ruote, per ragioni pragmatiche e di rispetto dei valori democratici.

 

CatLom

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Questa voce è stata pubblicata il 11 dicembre 2013 da .

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