IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

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Lombardia, la voglia di indipendenza corre sul web?

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Fonte:http://www.labissa.com

di CLAUDIO BOLLENTINI

Ma perché in questo ultimo periodo in Lombardia si parla sempre di più di indipendenza (soprattutto economica) e sempre di meno di autonomia o di federalismo? La motivazione sta nello sfascio dello Stato italiano e nella concomitante e perdurante gravissima crisi economica e relativa recessione. Molto semplicemente, le popolazioni della Lombardia e del nord in generale, ovviamente mi riferisco ai ceti produttivi, quelli che fanno il Pil, hanno capito che una Lombardia indipendente o un Veneto indipendente con la loro solida economia non più appesantita dal fardello dello stato centrale fallito e dalle spoliazioni perpetrate dalla stesso a favore di altre aree, vivrebbero una situazione di benessere mai vista prima, pace sociale e maggiori prospettive di ripresa e crescita. Tutti argomenti oggi solo sognati. Viceversa sono sicuro che gli argomenti e le tematiche identitarie, storiche e culturali interessino una esigua minoranza delle popolazioni. Non dico che le tematiche identitarie e storiche siano inutili, dico solo che non scatenerebbero oggi nessun tipo di rivolta. Questo è un dato di fatto, oggi una “rivoluzione” che contempli un percorso tradizionale nelle stanze delle Istituzioni o che si fondi unicamente su basi “culturali” condivise non va da nessuna parte, anche se i presupposti per un cambiamento ci sono tutti e la popolazione è esasperata al livello di guardia. Mi viene in aiuto un pensiero del sociologo e comunicatore Zygmunt Bauman: “La rivoluzione c’è, ma è una rivoluzione senza rivoluzionari, senza partiti rivoluzionari e senza programmi rivoluzionari. Le rivoluzioni “vecchio stile” consistevano nell’assalire i palazzi del Governo. Oggi non c’è alcun palazzo da assediare. La rivoluzione attuale ha una natura differente. Non è qualcosa che stiamo facendo, ma è qualcosa che ci sta capitando”. E ci sta capitando proprio e soprattutto per la drammatica contingenza economica che viviamo.

Le iniziative “rivoluzionarie” che vediamo oggi, anche se ancora limitate, sono meritevoli, ben confezionate, di alto livello, da condividere e sostenere, ma probabilmente insufficienti. Si rischia di finire imbrigliati nelle maglie della burocrazia cavillosa centralista, scatenando anticorpi micidiali per le ancora esigue truppe indipendentiste. Saranno votate e passeranno le risoluzioni, ma come risultato massimo sarà concesso un referendum consultivo dallo scarso impatto, sempre che la gente vada a votare. E’ comunque un buon banco di prova, un buon inizio, ma temo che ci voglia ben altro per stimolare il pragmatico nord produttivo, quella parte di popolazione che fa la differenza in termini di numeri per il successo finale dell’operazione, questa è gente che è abituata a ragionare in azienda tra piani industriali, pezzi prodotti per ora e severe pianificazioni commerciali o finanziarie. Come faccio a motivare milioni di persone ad andare alle urne, votare si all’indipendenza in un referendum consultivo? Secondo me, il modello da cui attingere ispirazione è quello delle rivoluzioni avvenute nel Nord Africa recentemente, con i dovuti distinguo. In quei paesi si viveva una situazione insostenibile dal punto di vista sociale ed economico aggravata dalla mancanza delle libertà fondamentali, ma la molla che ha aggregato persone e scatenato la rivolta è stata il web, un web “potenziato”, capace di influenzare la realtà come mai si era visto prima in nessuna parte del mondo. Il web è diventato una sorta di “referenza sociale” che ha scatenato forze e capacità auto-organizzative sorprendenti. In piccolo da noi sono fenomeni che vediamo in occasione dell’organizzazione di flash-mob. Si comincia semplicemente nei social network, con condivisione di pagine e profili che inneggiano ad una causa, poi si clicca mi piace e si commenta, si posta, si chatta e via via fino a creare reti interattive sorprendenti per numero di partecipanti e condivisione di obiettivi. Una massa tale di informazioni e di input moltiplica il peso di questa referenza sociale arrivando addirittura ad influenzare gli algoritmi dei motori di ricerca e a moltiplicare come un volano impressionante i contatti.

Ma l’interazione deve dare frutti, deve arrecare un miglioramento in senso macroscopico, fondamentale quando parliamo di grandi cambiamenti sociali od istituzionali che siano. L’approccio evolutivo della rete è il web 3.0, se il 2.0 era “io parlo e tu rispondi”, il 3.0 è “noi parliamo” con tutte gli sbocchi immaginabili nell’ambito delle organizzazioni sociali e del proselitismo a favore di cause e battaglie politiche. Per dirla in soldoni, si tratterebbe dell’istituzione, organizzazione ed utilizzo di data-base virtuali ben strutturati, posizionati ed orientati verso un obiettivo. Chi ha il dominio e l’utilizzo di questi data-base controlla le chiavi della rivolta. Quello che in passato avveniva in decenni di militanza e di organizzazione dal basso nei vecchi partiti e movimenti popolari, oggi avviene in poche settimane o mesi sul web. Studiare appunto le rivolte in Nord Africa per darsi una idea chiara, un’area tra l’altro con ancora insufficienti accessi al web, figuriamoci in Europa!

In Italia si respira un clima pesante in qualsiasi ambito sociale ed economico e il nord produttivo è ancora di più colpito e sfiancato, quasi alle corde. Chi può, l’indipendenza se la prende da sé, andate a guardare le cifre delle delocalizzazioni industriali e finanziarie, delle fughe di cervelli e di giovani preparati e rimarrete impressionati. Tutti dati ed informazioni che il potere costituito si guarda ben bene dal trasmettere ed enfatizzare pena la certificazione della propria sconfitta politica e non solo. E gli altri? Chi deve restare? O chi vuole rientrare? Nessuno si augura di vedere scenari nordafricani con violenza e tumulti di piazza, forse siamo ancora in tempo per evitare ciò e quindi l’opzione migliore, o l’unica praticabile, è rappresentata da una battaglia indipendentista seria, preparata e condotta con strumenti “pacifici” di comunicazione e di aggregazione. Si cominciano a creare i data-base con le metodologie del web 3.0, si scelgono e si organizzano gli interessi, si focalizzano gli obiettivi operativi, si sensibilizza e si prepara il consenso, si fa lobbying territoriale capillare, sistematica e trasversale, poi alla fine si sceglieranno le azioni politiche più concrete ed utili alla causa, dalle più soft alle più eclatanti. Con la ragionevole certezza a quel punto di ottenere risultati concreti. Ricordiamoci, per esempio, che l’indipendenza americana cominciò con i Boston Tea Party, un atto di protesta da parte dei coloni della costa atlantica del Nord America diretta contro il governo britannico, in relazione alla imposizione di leggi sulla tassazione commerciale, con la quale vennero distrutte molte ceste di tè. Questo diede fuoco alle polveri e cominciò la rivoluzione americana. Si cominciò a protestare per una tassa ingiusta e la valanga ebbe inizio.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 ottobre 2013 da .

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