IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

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Lombardia, solo con svolta liberale e merito conquisteremo l’indipendenza?

lombardia-sventola-10

di CLAUDIO BOLLENTINI

Di fronte all’ennesimo dato negativo sulla congiuntura del settore manifatturiero in Italia e quindi in Lombardia (l’ennesimo mese che vede calare la produzione industriale), cresce l’irritazione e la rabbia verso un sistema e una politica che non solo non sostiene la spina dorsale dell’economia del paese, ma se ne disinteressa, intralcia ed ostacola, rimanda o prende decisioni minimali e quindi il più delle volte inutili o controproducenti. Da parte industriale, sia da parte delle organizzazioni datoriali sia da parte degli industriali direttamente, arrivano con cadenza settimanale Sos drammatici, richiami perentori al senso di responsabilità e alla capacità di prendere decisioni ora o mai più. In genere appelli che cadono nel vuoto. La priorità oggi in Italia e soprattutto in Lombardia è l’impresa, o si riparte da lì o il paese muore e si avvita nella spirale della povertà. E’ impressionante il numero delle imprese che hanno chiuso in Italia dall’inizio dell’anno e migliaia sono proprio in Lombardia. Molte chiudono definitivamente, altre delocalizzano semplicemente per poter ancora competere nel mercato globale. Stupisce l’incapacità e la lentezza nel prendere provvedimenti al riguardo. La politica romana sembra impantanata e immobile, durante l’anno abbiamo assistito ad un avvicendamento del governo, ma il risultato non cambia, la politica è arroccata nel suo fortino e sembra incapace di governare la situazione e darle un forte cambio di rotta. Guardiamo ad esempio il tema della fiscalità eccessiva che strangola chi produce e i tentennamenti nell’aggredire tale problematica. Si blatera da tempo immemore di abbattere il cuneo fiscale sul costo del lavoro, ma per ora sentiamo solo chiacchere e nulla di concreto. Lo spettacolo a cui assistiamo è tra la tragedia e la farsa. Un teatrino fatto di politica politicante, di dilettanti allo sbaraglio, di gente ignorante ed inadeguata a qualsiasi ruolo di leadership, culturalmente grezza. Il cosiddetto “nuovo” è addirittura peggio, molte volte inquietante, mi riferisco a Grillo, senza idee concretizzabili, populista becero, incapace di interpretare qualsiasi minima prassi politica. Il resto è decadenza, basso impero, degrado, per non parlare delle istituzioni ormai obsolete, screditate, più lente di un bradipo quando il mondo che conta prende decisioni in pochi minuti. E in Lombardia? L’anomalia è la maggioranza che governa la regione, Pdl+Lega, l’uno in maggioranza nel governo centrale, l’altra all’opposizione. Al posto di vedere una situazione tipo la Catalogna ad esempio, una regione in competizione con lo Stato centrale sui dossier più urgenti e pressanti per l’economia, vediamo invece un governatore ripiegato sulla prassi dorotea del quieto vivere tra poltrone e gestione del potere, come un pidiellino qualsiasi. Invece di parlare di economia e impresa, le priorità sembrano altre, per mesi ai tempi della campagna elettorale ci si è sollazzati tra Macroregione e 75% del prelievo fiscale da tenere in regione. Tutte panzane regolarmente finite nel dimenticatoio delle cose irrealizzabili. Solo slogan elettorali per abbindolare le truppe padane disincantate, alibi politici per tirare a campare. In ambito economico per la verità qualche lodevole spunto l’abbiamo poi visto nel corso dei primi mesi del governo Maroni, ma sono palliativi, piccole cose nate dal ventre della burocrazia regionale e non da piani strategici innovativi. Nell’industria lombarda nessuno crede più a nulla e a nessuno, chi può trasferisce armi e bagagli all’estero, chi cerca di resistere o non può delocalizzare finisce il più delle volte per soccombere. Solo negli ultimi mesi il problema ha cominciato ad avere spazio nei media nazionali. Nessuno può far più finta di niente quando sono migliaia le aziende, le Pmi soprattutto, insubri e lombarde trasferitesi in Canton Ticino o in altri cantoni svizzeri. Per non parlare delle multinazionali che sono andate altrove, una dopo l’altra stanno ridimensionando o chiudendo gli stabilimenti lombardi. Si parla di marketing territoriale, di aiuti alle Pmi, di commissioni per i rapporti transfrontalieri, ma l’impressione nel sentire queste cose è di vedere all’opera politici che hanno magari buona volontà ed idee, ma pochi strumenti operativi ed efficaci in mano. E l’imprenditore, che ha altri tempi decisionali rispetto alla politica e ragiona per piani industriali, non si fida, non aspetta e delocalizza laddove le condizioni gli permettono di poter lavorare e competere meglio nel mondo intero.

Tutte situazioni stranote e non mi dilungo oltre per evitare di annoiare il lettore, il problema è invece a monte ed è anche culturale. Solo una svolta, una rivoluzione liberale che agevoli l’indipendenza economica della Lombardia e del Nord ci salverà. Lo Stato deve arretrare, deve costare meno, deve essere efficiente, deve essere governato da persone competenti ed adeguate, collocate lì per competenza e non per appartenenza politica od ideale. Un obiettivo che vale una battaglia politica. Ma chi ci sta? Questa classe politica a fine carriera, di bassa qualità, litigiosa, lentissima nel prendere decisioni, costosa ed inefficiente? Non credo proprio. Chi scrive e questo giornale hanno dato sempre ampio spazio a tematiche liberali e liberiste in economia, hanno sostenuto posizioni fuori dal coro in ambito “padano”, ossia chi sostiene l’indipendenza e forti iniezioni di autonomia. Sia posizioni di tipo culturale sia più squisitamente politiche. Non sempre condividendole, ma ritenendole comunque utili allo scopo. Con un minimo di visione strategica e stando ai fatti si può facilmente sostenere che la Lega, il partito del Nord per eccellenza, ha finito la sua missione. In Lega non esiste un’anima liberale, almeno non è visibile o conta troppo poco, la cultura dominante sembra quella della destra sociale, i leader più attivi, come ad esempio Tosi, sembrano mettere insieme uno spicchio di centro destra sicuramente lontano dalle posizioni liberali e autonomistiche. Nel Pdl c’è oggi una confusione tale di posizioni che non è possibile capire nulla sulla rotta futura, si parla solo di organigrammi da azzerare o mantenere, di campagne elettorali, di tattiche varie per restare vivi. E’ un dato di fatto che anche lì, salvo forse Antonio Martino, che però non conta più nulla, che sogna un partito liberale di massa, di tematiche liberali e liberiste non ne parli più nessuno. Ecco perché a noi interessa dare voce e spazio agli indipendentisti lombardi e senza andare troppo per il sottile o fare distinguo. Il fronte è ancora troppo frastagliato, litigioso e soprattutto esiguo numericamente per poter individuare una rotta sicura, aprire una nuova stagione, imbastire e programmare una battaglia politica che abbia senso e speranza di riuscita. Il più delle volte nemmeno i militanti stessi riescono a scendere nei dettagli e ad esporti con chiarezza e compiutezza ragioni e obiettivi di tale operazione politica. C’è di tutto, c’è chi ne fa una battaglia identitaria, chi sogna nuove forme di stato e di organizzazione del territorio senza basi ideologiche particolari, chi facilmente ha trovato un tema spendibile per la propria carriera politica. Ma tant’è, almeno per ora serve per svegliare le coscienze, quando i tempi saranno maturi ci sarà la necessaria riorganizzazione e strutturazione del movimento indipendentista… economico. Sostituire uno stato con un altro stato, una burocrazia con una altra burocrazia, un sistema fiscale con un altro sistema fiscale, ci entusiasma molto poco.

 

 

Fonte: http://www.labissa.com

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Questa voce è stata pubblicata il 10 ottobre 2013 da .

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