IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

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Brescia leone di Lombardia.

Finestra quadrifora del palazzo Broletto, cortile interno facciata Sud: da sinistra stemma vermiglio podestà Ramengo Casati, al centro stemma visconteo e a destra stemma di Brescia

Finestra quadrifora del palazzo Broletto, cortile interno facciata Sud: da sinistra stemma vermiglio podestà Ramengo Casati, al centro stemma visconteo e a destra stemma di Brescia

Fonte: http://bresciaprolombardia.wordpress.com

Lieta del fato Brescia raccolsemi,

Brescia la forte, Brescia la ferrea,

Brescia leonessa d’Italia,

beverata nel sangue nemico.

Con questi versi si conclude il brano poetico “Alla vittoria” di Giosuè Carducci composto nel 1877 e parte integrante delle “Odi barbare”.

Credo che per coloro che hanno frequentato la scuola elementare statale o privata italiana negli anni 70, questi versi siano ancora impressi nella memoria, non tanto perché la ridondante retorica risorgimentale carducciana abbia un particolare fascino, ma bensì perché era consuetudine come tutt’oggi, da parte dell’ambiente scolastico italiano, esercitare sulle giovani menti degli alunni lombardi una pressione culturale  unitaria forte e insistente al fine di convincerci che l’annessione della Lombardia allo Stato italiano fosse stata  una sorta di benedizione divina che ci avrebbe tenuto al riparo da ogni tipo di difficoltà e miseria assicurandoci un radioso futuro.

Questo tipo di propaganda educativa, portata avanti con metodologie neanche tanto dissimili da quelle tipiche del Ventennio fascista, era accompagnata da una rigida politica di annientamento della lingua lombarda con conseguente promozione dell’ unica ed esclusiva lingua franca denominata “italiana” da usare in ogni luogo  sull’intero territorio peninsulare.

D’altronde in quel periodo era facile che i bambini lombardi, avendo entrambi i genitori a lavoro, passassero tanto tempo con i nonni che erano ancora portatori di una cultura popolare e linguistica autoctona, lo Stato centrale doveva quindi porre rimedio per non compromettere l’integrità del fragilissimo “sentimento italiano” che avrebbe dovuto crescere in ognuno di noi. Di conseguenza se ad un bambino fosse scappato in classe un termine “dialettale” doveva aspettarsi o un richiamo verbale o una bella insufficienza nell’interrogazione o una pacca sulle mani o umiliazioni del tipo: “Parla italiano, siamo a scuola non in sala giochi!”.

Arriviamo ai giorni nostri e la situazione è visibile da tutti, quella che potrebbe e dovrebbe essere la nostra  lingua lombarda risulta frammentata in tante varianti e dialetti (come poteva essere altrimenti?) ormai estinti visto che vengono parlati da poche e fortunate nicchie di persone il più delle volte con mero intento folkroristico più che identitario (le escursioni dialettali presenti a volte nei discorsi “ufficiali” del consigliere comunale PD Capra a Brescia rendono bene l’idea).

L’argomento linguistico è molto complesso e non privo, anche all’interno del nostro movimento, di differenti punti di vista, e mi sento, per chi ne ha possibilità, di consigliare per maggiori approfondimenti l’ascolto di una conferenza o la lettura di un saggio del Prof. Marco Tamburelli (Università di Bangor, Galles) che sull’argomento della lingua lombarda sta spendendo il suo notevole bagaglio culturale e grossa parte del suo tempo.

Altro esito della divulgazione scolastica nazionalista italiana è il fatto che alcune immagini simboliche di Brescia, propagandate insistentemente a suo tempo, siano ormai universalmente accettate come dati di fatto senza capirne le motivazioni e le conseguenze intrinseche.

Il caso più emblematico è appunto quello di Brescia definita la “Leonessa”.

Se infatti pensiamo che il movimento politico Lega Nord che per anni ha asserito di tutelare gli interessi dei “Nord-italiani” ma che in realtà è stato cane da guardia (senza offesa per i cani) un po’ rumoroso ma fedele dell’ unità della Repubblica italiana, ha battezzato “Leonessa” la sua sezione bresciana, senza porsi qualche domanda sull’origine di questo appellativo, possiamo capire in che mani alcuni lombardi si sono affidati.

Noi indipendentisti lombardi tuttavia siamo persone di grande pazienza per cui cerchiamo di porre rimedio e di mettere un po’ d’ordine alle cose.

Iniziamo a dire che lo stemma di Brescia è un leone azzurro (lo si intuisce dalla criniera di cui le leonesse ne sono ovviamente prive) rampante su sfondo argento. La genesi dello stemma di Brescia è ancora ignota a causa dell’assenza di fonti e testimonianze attendibili, di sicuro la sua comparsa risale a prima dell’epoca veneziana iniziata nel 1426 con buona pace dei nostalgici della Serenissima che vedono leoni marciani anche sui tombini di piazza Vittoria. La sua prima comparsa iconografica tuttavia non è bresciana ma è rintracciabile nell’arca funebre di Azzone Visconti realizzata da Giovanni di Balduccio nel 1343 nella chiesa di San Gottardo in Corte a Milano. In essa compaiono le statue simboliche delle città lombarde sotto l’influenza dei Visconti con i relativi patroni ovvero delle figure femminili che reggono con le mani gli scudi e nel caso di quello bresciano raffigura un leone rampante.

Quindi nessun dubbio che Brescia sia un leone, e allora perché Carducci ha parlato di leonessa? Solo per comodità poetica visto che il sostantivo città è femminile o c’è qualcosa d’altro sotto?

A Carducci, nonostante la sua impostazione ideologica fosse ambigua e ondivaga in base alle circostanze (non a caso è riuscito a farsi assegnare un Nobel a discapito di persone ben più meritevoli), era abbastanza chiara la situazione politica e sociale a suo tempo, ovvero aveva intuito una profonda e diffusa sensazione di disagio e insoddisfazione negli abitanti della “nuova Italia” per gli itinerari imboccati dallo Stato unitario, inoltre aveva constatato la fragilità strutturale e la pochezza del nuovo ceto politico che stava portando alla degradazione di quelli che erano stati i valori del primo Ottocento sostituiti ormai da elementi pratico-economici e dalla legge del lucro. Cercò quindi di intervenire provando a costruire con la sua “opera” insieme al lavoro di altri risorgimentalisti un’identità nazionale italiana che, non esistendo di fatto, doveva essere in qualche modo inventata storpiando il significato e riscrivendo determinati eventi e personaggi storici. Emblematica in questa senso fu la battaglia di Legnano del 29 Marzo 1176 che per noi Lombardi rappresenta l’affrancamento del nostro sentimento ed orgoglio nazionale di fronte ad un invasore straniero ma che fu invece, nel suo significato “revisionato”, inglobata nel 1847 nella stesura del testo di “Fratelli d’Italia” da parte di Goffredo Mameli, come simbolo del Risorgimento Italiano. Questa operazione non risparmiò ovviamente neanche Brescia di cui vennero sapientemente rilette e riscritte sempre in chiave risorgimentale le famose “Dieci Giornate” (dal 23 Marzo al 1 Aprile 1849) che per noi Bresciani in questo caso sono simbolo del coraggio, dell’orgoglio e della resistenza della nostra città contro l’oppressore austriaco ma per i nazionalisti italiani invece divennero ottimo brodo per il minestrone unitario che stavano preparando.

Così per i risorgimentalisti, che non avevano certo nell’araldica e nella vessillologia i loro punti forti, Brescia divenne ” Leonessa d’Italia” storpiando a loro uso e consumo quello che era il nostro simbolo identitario. Aggiungiamo pure il fatto che Carducci non fu nemmeno originale nella stesura della sua ode “bresciana” in quanto copiò di sana pianta uno dei Canti Patrii di Aleardo Aleardi (Le tre fanciulle 1857).

Di conseguenza deve essere chiaro che definire Brescia ” Leonessa” necessariamente vuol dire rimarcare il suo legame con l’Italia. La Leonessa è sempre d’Italia sia che si parli di cultura, di sport (la nostra squadra di pallacanestro), di mondo produttivo artigianale commerciale e industriale , di detti popolari.

Brescia in realtà è solo e unicamente un leone, quello c’è sul nostro stemma, per quello in passato tanti bresciani sono morti, quello è indelebilmente segnato nella nostra storia lombarda, per tanto gli occupanti italiani e i loro collaborazionisti se ne debbono fare una ragione.

di Alfredo Gatta ( pro Lombardia indipendenza) – Brescia

pro lombardia bresia

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Questa voce è stata pubblicata il 19 luglio 2013 da .

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