IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

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La Lombardia industriale tra la ricerca di nuove identità e uno Stato a lei estraneo.

 

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Fonte: http://www.labissa.com

di CLAUDIO BOLLENTINI

Nelle assemblee delle Confindustrie lombarde in corso di svolgimento si percepisce facilmente da parte degli imprenditori la necessità di fare il punto della situazione, gettare le basi per un salto di qualità nel discorso pubblico sulla questione industriale in Lombardia. Il periodo è appunto turbolento, la crisi persiste, occorre pertanto dominare le emozioni, cancellare le paure, fermarsi a ragionare con freddezza e calma. Ripartire dal manifatturiero, come dice Giorgio Squinzi, è l’unica chanche per tenere in vita il tessuto economico della nostra regione e garantire qualche barlume di opportunità per il futuro, per assicurare benessere alle prossime generazioni, per tenere agganciata la Lombardia alle società più avanzate. Una nuova ipotesi di manifattura si scontra subito con la cosiddetta “questione settentrionale”, ossia il malcontento della Lombardia, la regione economicamente più sviluppata e internazionalizzata, quella che produce il Pil e mantiene sostanzialmente tutto il Paese. Un astio ormai pluridecennale verso la politica centralista dello Stato nazionale. La burocrazia sempre più asfissiante, vessatoria e pletorica non riesce più a garantire da tempo la modernizzazione delle regioni più industrializzate a cominciare appunto dalla Lombardia. La questione settentrionale è esplosa come emergenza alla fine degli anni 80 del secolo scorso, ma il problema si trascina fin dalla costituzione dello Stato unitario italiano. Se ne viene fuori studiando nuove forme di identità globale partendo però dai plus del nostro sistema industriale che vanno enfatizzati ed eventualmente migliorati ed adeguati ai tempi. Compito della nostra industria quindi è modernizzarsi ed innovare, crescere ed affermarsi sempre di più nel mondo con un mix di estetica, di servizio su misura del cliente, di tecnologia a basso costo e di flessibilità organizzativa. Ed eventualmente cambiare paradigmi culturali e industriali, tra globalizzazione e crisi negli ultimi cinque anni è proprio cambiato tutto e non sempre il nostro sistema industriale lo ha capito con tempismo. Ma comunque non basta, il futuro non dipende più solo dagli industriali e dalle loro eventuali lungimiranti scelte. Questa volta servono cambiamenti di sistema, dalla riforma radicale della burocrazia, all’abbattimento dei costi della politica, dall’arretramento dello Stato dai gangli vitali dell’economia alla riduzione della pressione fiscale. Senza interventi su questi fattori qualsiasi sforzo risulterà vano o per lo meno sarebbe penalizzato fortemente il vero potenziale dell’industria nostrana. Nonostante l’erosione della base produttiva, pare che durante questa crisi ormai quinquennale il 15% del potenziale produttivo si sia perso per sempre, il settore manifatturiero regge grazie alla capacità delle singole aziende di restare agganciate alle catene del valore globale in ambiente sovranazionale e alla presenza di persone altamente qualificate e con cultura industriale molto radicata. Questi due elementi ci garantiscono la possibilità di presidiare nicchie di mercato importanti  e pregiate che saranno sicuramente la base per ripartire e per competere. O meglio per inaugurare un nuovo rinascimento industriale. Molti non ci credono, non aspettano o non possono aspettare e dirigono gli investimenti industriali altrove, ricollocando attività e industrie al di fuori dei confini, magari dietro casa come in Ticino. Il fenomeno è importante ed è in crescita, accompagnato da numeri asfittici per quanto riguarda gli investimenti esteri in Lombardia. Un mix deludente e che non lascia presagire nulla di buono. Torniamo quindi al nodo del problema, lo Stato e le sue scassate istituzioni, incapaci di decidere e di incidere, strutture antiquate, piene di ignoranti strapagati. Basta vedere la lentezza, i piccoli passi, la prudenza, le scelte inefficaci, per non dir di peggio, la scarsa qualità operativa e strategica degli ultimi governi. Serve invece uno choc istituzionale e politico, gli imprenditori lo hanno capito da tempo, i problemi inerenti la questione settentrionale li vivono sulla loro pelle ogni giorno e non aspettano più. Chi si astiene dalla cosa pubblica disinteressandosene, chi protesta, chi si rifugia nell’antipolitica, chi se ne va altrove. Alla politica il compito di trovare idee, progetti e proposte per invertire il declino. Ma si vede poco all’orizzonte, partiti e leader che in Lombardia nei decenni passati avevano dato speranze sul fronte della risoluzione della questione settentrionale sono ormai al lumicino, prossimi alla fine politica definitiva, parlo del forza-leghismo. A sinistra domina la visione e la cultura della Cgil, un sindacato ottocentesco con cultura anti-industriale, sicuramente un ostacolo alla innovazione. Emergono invece interessanti tensioni autonomiste o addirittura indipendentiste, un melting-pot eterogeneo in cerca di una sintesi culturale e politica comune. Un buon segno, qualcuno è pronto finalmente a rivoluzionare e archiviare un sistema collassato tenuto in vita artificialmente dalle lobby politiche legate al potere centrale sia esso romano sia esso regionale.

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Questa voce è stata pubblicata il 9 luglio 2013 da .

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