IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

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L’indipendentismo è indipendentismo e basta.

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FONTE:  http://www.dirittodivoto.org
di MARIO LEVI
Prima un paio di articoli di Gianluca Marchi (“Forse è il momento di un movimento decisamente separatista” e “Una nuova stagione separatista? Ecco come potrebbe essere” ) e poi un pezzo di Leonardo Facco (“Caro direttore, viva il nuovo movimento separatista! Ma sono scettico”), insieme a una gran mole di commenti e di discussioni sui social network, hanno riacceso il dibattito sulle prospettive politiche di quanti operano per superare l’unità nazionale, persuasi che sia dannosa per tutti.
Qualche considerazione, a questo punto, può essere opportuna.
In primo luogo, va sottolineato come anche una piccola realtà come “L’Indipendenza” possa essere molto importante se aiuta a focalizzare l’attenzione – come in questo caso – sui temi di fondo che stanno a cuore agli indipendentisti. Nella politica moderna, il confine tra politica e informazione si fa labile: la politica crea l’informazione, e viceversa.
In secondo luogo, è egualmente chiaro che ormai non ha più senso parlare di autonomia, federalismo e altri pannicelli caldi. L’Italia non è in grado di essere salvata: possiamo ancora salvare gli italiani, ma solo se lasciamo che una serie di scialuppe prendano il largo. Ognuno deve avere la propria barca, di più piccole dimensioni, e preoccuparsi di tenerla bene in ordine, evitando che vada alla deriva.
In terzo luogo, è necessaria un’iniziativa politica forte ed è quindi urgente che quanti si battono per uscire dalla prigione dello Stato italiano sappiano dialogare e costruire assieme un qualche percorso. In fondo, pure noi di “Diritto di Voto” stiamo cercando di portare nello stesso spazio informazioni e militanti di mondi indipendentisti diversi. Nella convinzione che si possa marciare divisi e colpire uniti. Di questa esigenza di dialogo la maggior parte di quanti hanno preso parte al dibattito, a partire da Marchi e Facco, paiono consapevoli, così come sembra ormai condivisa l’idea che un marchio come quello della “Padania” sia ormai da gettare: in quanto irrimediabilmente legato alla figura di Umberto Bossi e alla sua disfatta. Ma non solo per quello.
Qui, infatti, c’è una questione centrale. Molti non sembrano avere inteso come in Veneto – ma forse il discorso vale anche per altre realtà – non si abbia più alcuna voglia d’immaginare percorsi strani macroregionali e improbabili alleanze sovra-regionali. L’idea di costruire un partito indipendentista, ai veneti, non dice nulla poiché gli indipendentisti veneti i loro partiti li hanno già. Uno più forte e organizzato (Indipendenza Veneta) e altri che un po’ arrancano. Ad ogni modo, l’offerta politica da noi non manca. Qui in Veneto si discute se valga la pena di unire, oppure no, queste realtà, ma certo nessuno è interessato a immaginare un accordo o un nuovo partito insieme a lombardi, piemontesi, ecc. In fondo, abbiamo già dato.
Non è solo frutto della più che giustificabile sfiducia di chi, con la Lega, per anni ha portato acqua al gruppetto di Varese. La questione è un’altra ed è legata al fatto che ormai la maggioranza degli indipendentisti ha compreso che la via maestra che conduce alla libertà è quella delle secessioni regionali. Avere ottenuto l’approvazione della Risoluzione 44 ha aperto la strada di un percorso che i veneti hanno voglia di percorrere fino in fondo. Il Veneto sta agganciando il treno delle comunità secessioniste: quello che tra i suoi convogli ha già la Catalogna, le Fiandre, i Paesi Baschi e la Scozia.
C’è un altro punto. In Veneto l’indipendentismo è indipendentismo e basta. Non abbiamo interesse a mischiare la nostra battaglia per il referendum con discussioni pro o contro l’immigrazione, e nemmeno con diatribe sul rapporto tra Stato e mercato. Gli indipendentisti sono in prevalenza favorevoli alla concorrenza e alla proprietà, e soprattutto avversano la rapina di Stato compiuta da Roma a danno del Veneto, ma in questa fase non vogliono dividersi tra statalisti e non statalisti.
Per noi la questione fiscale è cruciale, ma deve essere letta come “residuo fiscale” e sottrazione di denaro a favore delle altre regioni. Il modello socio-politico, più o meno liberale (o socialista), lo decideremo a indipendenza ottenuta.
Ultima cosa: il rapporto con le altre forze. Il secessionismo veneto sta crescendo grazie a una grande capacità di dialogo con tutte le realtà politiche, e questa è una chiave del nostro successo. Come indipendentisti, siamo riusciti a ottenere la maggioranza in Regione anche senza avere un solo eletto. Sono stati i voti delle altre forze a farci vincere: e sono stati Luca Zaia e Clodovaldo Ruffato a favorire (e in parte a subire, certo) il processo che abbiamo messo in moto.
Non sappiamo se in Veneto riusciremo ad arrivare fino in fondo. Ci pare però di essere riusciti, fino ad ora, a conseguire tutti i risultati sperati. Continueremo su questa strada, persuasi che se anche in Friuli, in Sardegna, in Lombardia, in Tirolo, in Sicilia e nel resto della penisola verrà adottata questa strategia i risultati potranno arrivare più velocemente pure da noi.
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Un commento su “L’indipendentismo è indipendentismo e basta.

  1. Ferruccio Bracci
    13 maggio 2013

    Cari probabili amici,
    sieta logorroici,scrivete con facilità, ma dov’è la materializzazione delle vostre proposte,siamo disuniti,facili alla conversione autonomista, ma in pratica non si fà nulla,vi illudete, ecco perchè molti italiani sono disillusi oppure per non far fatica votano il M5S, quelli sono volontari e li ammiro,lavorano s’impegnano, fanno proselitismo sul campo, questo vuol dire sacreficarsi per una causa,pensateci,non aggiungo altro. Io ho votato la sfiducia costruttiva, perchè l’Italia è da rifare,ma bisogna sudare,altrimenti aspettiamo che scoppi la grana!Ferruccio Bracci

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Questa voce è stata pubblicata il 13 maggio 2013 da .

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