IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

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Indipendentismo e anarchismo.

Il signor Sebastiano ci segnala questo articolo trovato sul sito internet:  http://fatelargo.wordpress.com/

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Riflessioni su due “ismi” apparentemente inconciliabili alla luce dell’articolo di Gianni Sartori “Indipendentismi e anarchismi” pubblicato sul n. 358 di A- rivista anarchica del dicembre 2010/gennaio 2011.

Nonostante il suo scetticismo riguardo “la possibilità di un rapporto organico, “fisiologico”, stabile e strutturale tra anarchismo e indipendentismo di sinistra” Sartori cita diversi casi di collaborazione e sovrapposizione tra anarchismo e indipendentismo di sinistra. La possibilità che si possa essere anarchici e al contempo indipendentisti però, non viene presa in considerazione. Esiste questa possibilità? Credo di si. È un’eresia? Credo di no.
Penso che uno degli elementi che da sempre garantiscono la sopravvivenza di Stato e Capitale sia la totale omologazione delle identità e dei bisogni. Mai come ora, ma ben prima che si cominciasse a parlare di globalizzazione.
Se la pratica della monocoltura in ambito agricolo impoverisce i territori rendendoli nel tempo sterili, lo stesso accade a noi, sottoposti alla pratica della monocultura. La nostra cultura individuale e collettiva si impoverisce. Una sola lingua e un solo modello per tutti significano garanzia di controllo da parte dello Stato e garanzia di affari per il Capitale. Non solo oggi perdiamo e rischiamo di perdere per sempre specie animali e vegetali, ma anche lingue e conoscenze tradizionali.
L’individuo che fa parte di una cosiddetta “nazione senza stato” (un termine che non condivido, dato che afferma implicitamente la necessità di istituzioni statali, ma che è comunemente accettato) non solo subisce l’oppressione dello Stato e del Capitale come qualsiasi altra persona ma viene anche privato della sua “identità collettiva” che possiamo definire “originale” in favore di una identità “artificiale” alla quale volente o nolente si deve omologare. Baschi, catalani, corsi, bretoni, sardi (non prendo nemmeno in considerazione i padani per il semplice fatto che non esistono) etc. sono tali da sempre, da prima che qualcuno si arrogasse il diritto di tracciare confini che li includono in uno stato (oppure, ad esempio, nel caso di baschi e catalani addirittura che li separano) al quale appartengono solo dal punto di vista burocratico.
Se è vero che “nostra patria è il mondo intero” è anche vero che abbiamo radici etniche, culturali, linguistiche. Riscoprirle in un’ottica libertaria e farne strumento di emancipazione penso sia possibile.
Riscoprire le proprie radici in un’ottica libertaria, credo, significhi riconoscere che la propria lingua e la propria cultura originarie si sono sviluppate anche grazie alle più svariate influenze, significa riconoscere nelle proprie elementi comuni ad altre lingue, etnie e tradizioni, rifiutando quindi ogni possibile appello ad una ipotetica “purezza”. Significa essere curiosi dell’altro avendo la consapevolezza di essere portatori di conoscenze anche molto antiche, ma anche saperle rinnovare. Significa scoprirsi parte di qualcosa senza perdere la propria individualità.
Farne strumento di emancipazione significa andare oltre le posizioni indipendentiste ““classiche”. L’indipendentismo mette in discussione le attuali entità statali e non ne riconosce i confini (ad esempio per gli indipendentisti baschi il confine che li divide tra francesi e spagnoli semplicemente non esiste). Quasi sempre però la critica viene mossa a “quello” stato ed alle sue istituzioni, e quasi sempre con l’idea di crearne un altro, non allo Stato in quanto tale. Qui si può inserire la critica anarchica allo Stato.
Impossibile non trovarsi d’accordo con Sartori quando scrive che “si possa parlare legittimamente di “movimento di liberazione” quando la lotta va anche contro il sistema economico responsabile dell’oppressione coloniale (capitalismo, imperialismo, neoliberismo, capitalismo di stato…)”.
Se il Capitale è ormai quello delle vorticose transazioni finanziarie e il “padrone” non ha più un volto. Se lo Stato è svuotato di ogni vero potere, nient’altro che un apparato parassitario il cui scopo principale è perpetuare se stesso e la cui agenda politica è dettata dalle borse e dalle agenzie di rating. Se tutta la sua forza repressiva/aggressiva è al servizio dei potentati economici (però a questo punto mi chiedo: “quando non era così?”), forse sono proprio le lotte indipendentiste (ma non solo ovviamente), con il loro riferirsi a territori e popoli, che possono creare un cortocircuito in un sistema che sembra ormai inarrestabile.
Un’economia partecipata che soddisfi i reali bisogni delle comunità e la riscoperta di prodotti artigianali o alimentari a livello locale in contrasto con la produzione industriale e la grande distribuzione sono questioni tanto anarchiche quanto indipendentiste.
L’idea anarchica di libere comunità federate tra loro credo abbia già in sé il germe “indipendentista”. Nel momento in cui queste comunità dovessero nascere e federarsi che ruolo giocherebbero le comuni radici? Credo un ruolo importante.
Il pericolo, bisogna riconoscerlo, potrebbe essere quello di vedere nascere microstati su base etnicolinguistica fortemente escludenti e discriminatori nei confronti del “diverso”. Ma non è in fondo il rischio potenziale che correrebbe qualsiasi comunità? Perfino la più aperta ed eterodossa potrebbe trovare elementi validi per escludere e discriminare alcune categorie di persone. Anche qui il pensiero e l’azione degli anarchici potrebbe essere determinante per indirizzare il progetto e lo sviluppo di queste comunità in senso solidale ed inclusivo.
Un’altra e più immediata minaccia, che inquina qualsiasi discorso sull’indipendentismo, mi pare sia quella dei movimenti che si presentano come portatori di istanze regionaliste – indipendentiste ma non sono niente altro che fascisti travestiti. Un cambio di camicia, magari da nera a verde, et voilà il gioco è fatto. È lo stesso Borghezio a sostenerlo, nel marzo 2009 ospite ad un meeting in Francia: “Bisogna entrare nelle amministrazioni e nelle piccole città. Bisogna insistere molto sull’aspetto regionalista del vostro movimento… è il modo giusto per non essere classificati immediatamente come fascisti nostalgici ma come un nuovo movimento regionale, cattolico, etc., anche se sotto queste cose siamo sempre gli stessi”. Anche agli anarchici il compito di smascherarli.
Penso che un mondo davvero ricco ed interessante è quello dove mille lingue, mille culture, mille musiche e danze, mille cucine, mille arti e letterature, mille tradizioni si confrontano, si conoscono e si riconoscono, trovando nell’altro un poco di sé nonostante le differenze.

Josto

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5 commenti su “Indipendentismo e anarchismo.

  1. Ferruccio Bracci
    30 aprile 2013

    Troppo cattedratico per essere compreso, difficilmente viene letto nella sua totalità, comunque interessante, ma puramente teorico.

  2. Gianni Sartori
    14 marzo 2014

    MARZO 1974-MARZO 2014: UN ANNIVERSARIO CATALANO DA RICORDARE

    A QUARANTA ANNI DALLA MORTE DI SALVADOR PUIG ANTICH “METGE”

    Il garrote, lo strumento che la mattina del 2 marzo 1974 spezzò le vertebre cervicali di Salvador Puig Antich (“Metge”) ponendo fine in maniera ignobile alla sua breve vita di meccanico-studente-guerrigliero (o “rapinatore” secondo lo Stato) evocava sicuramente fosche atmosfere da Santa Inquisizione, ma in realtà era quasi contemporaneo della ghigliottina e ideato con i medesimi intenti : una morte rapida che evitasse al condannato sofferenze inutili. Da questo punto di vista, bisogna dire, si dimostrò molto al di sotto delle aspettative, diventando nell’immaginario collettivo un vero e proprio strumento di tortura.

    Come Praga per Jan Palach nel 1968 e Belfast per Bobby Sands nel 1981, così tutta Barcellona reagì con rabbia a questa esecuzione, interpretata come un’aggressione all’intero popolo catalano oltre che l’ennesimo atto di barbarie del franchismo.
    Già poche ore dopo la diffusione della notizia, centinaia di persone scendevano in strada, nonostante il rischio di venire arrestati, per manifestare la propria indignazione. Era un giorno invernale, grigio e umido. Centinaia di persone sfilarono per le Ramblas portando striscioni e bandiere; altrettante si riunirono nelle chiese per leggere comunicati di condanna per l’esecuzione del giovane militante libertario.
    Lo stesso accadeva nei vari quartieri popolari e nei paesi della cintura industriale, da Terrassa a Sabadell.
    Salvador Puig Antich venne frettolosamente sepolto il giorno dopo nel cimitero di Montjuic. Qui si riunirono circa 500 persone a cui, con cariche e arresti, venne impedito di assistere alla tumulazione.
    Tra la folla molti ostentavano drappi rossi e rosso-neri. Dopo le cariche della polizia a cavallo l’intera zona rimase ricoperta degli innumerevoli fiori che i manifestanti avrebbero voluto deporre sulla tomba di Metge. L’ordine era di arrestare tutti coloro che portavano “fiori rossi”.
    Anche in quei giorni di repressione particolarmente efferata da parte del regime, la Chiesa catalana mantenne il suo tradizionale ruolo di garante e portavoce della comunità popolare, restando nel contempo depositaria della lingua e della cultura nazionali contro ogni tentativo di estirparle.
    A tale proposito il noto esponente del CIEMEN Aureli Argemì (che ho conosciuto in Barcellona negli anni ottanta e poi rivisto in occasione di convegni e manifestazioni, l’ultima volta a Firenze nel novembre 2002) mi aveva detto: “ Storicamente il monastero di Montserrat è sempre stato – e durante il franchismo in modo particolare – una casa aperta a tutti i movimenti democratici del paese. Molti esponenti del clero catalano, primo fra tutti l’Abate Escarrè, presero posizione contro Franco, soprattutto sul fatto che il franchismo andava ostentando la bandiera del cattolicesimo a difesa della propria ideologia. Furono gli stessi sacerdoti a dichiarare pubblicamente che questo era un modo per nascondere tutto quello che di anticristiano faceva il regime. Ritengo inoltre che l’Abate Escarrè sia stato l’esponente più importante del mondo della Chiesa a difendere i diritti dei Catalani alla propria lingua, alla propria cultura, alla propria identità”.
    Aureli Argemì, egli stesso monaco a Montserrat , venne poi espulso da Franco insieme all’abate Escarré verso la metà degli anni sessanta. Fu anche fondatore e segretario del CIEMEN (“Centro Internazional Abat Escarré Minorie Etnique Nacionals”).
    Sempre nel marzo 1974, restano assai significative le prese di posizione di alcuni religiosi. Il reverendo Mossén Pon Rovira non ebbe timore di affermare durante la predica che “come sacerdote e come uomo chiamo Cristo a testimone che è stata commessa una grande ingiustizia”. La frase gli costò una quindicina di giorni di reclusione. Intervenne lo stesso Vicario episcopale della Pastorale del Lavoro, Mossén Carreras. Durante una messa cui assistevano migliaia di persone dichiarò testualmente: “Il nostro fratello Salvador è morto giustiziato come Cristo”.
    Qualche vecchio antifranchista, all’epoca poco più che ventenne e poi approdato all’indipendentismo radicale, ricorda ancora la paura di quei giorni dedicati agli appuntamenti clandestini e alla distribuzione di manifesti, sfuggendo ai controlli e ai posti di blocco. Risale ad allora l’espulsione dall’Università di gran parte degli studenti di Barcellona e Valencia che avevano partecipato attivamente alle manifestazioni e agli scontri con la polizia del 4 marzo.
    Invece all’Ospedale cittadino centinaia di medici e infermieri espressero la loro indignazione silenziosamente, portando attorno al braccio una fascia nera in segno di lutto.
    Salvador Puig Antich quindi non fu solo “un morto catalano in più” ma una ferita che rimase aperta profondamente nel cuore di Barcellona per molti anni. Ogni 2 marzo la lapide 2737 veniva ricoperta da centinaia di fiori e il suo nome scandito nella manifestazioni.
    Il giovane era stato catturato il 25 settembre 1973 insiema a Xavier Garriga. Quest’ultimo, sfuggito alla condanna a morte, sembrò in seguito voler chiudere per sempre con un passato così carico di tristi ricordi. Tramite amicizie comuni avevo cercato, invano, di intervistarlo verso la fine degli anni ottanta. Non volli insistere più di tanto rispettandone la volontà, anche se con rammarico. Del resto sono convinto che quando lo riterrà giusto e opportuno scriverà quella storia in prima persona. Senza delegarne il compito ad altri.
    La ricostruzione della dinamica dell’arresto, conclusosi con la morte di un ispettore, rivela come esistesse da parte della polizia la predeterminata volontà di uccidere Salvador; solo casualmente il colpo sparatogli da distanza ravvicinata si limitò a trapassargli la mandibola, invece della tempia.
    La sua esecuzione divenne l’oggetto di una cinica transazione tra le varie componenti del regime. In pratica una vendetta per la recente morte di Carrero Blanco (il 20 dicembre 1973 per mano di Eta). In cambio il nuovo capo del governo, Arias Navarro, ottenne l’appoggio politico dei settori oltranzisti. Anche in questo la vicenda di Salvador e le modalità della sua condanna a morte presentano una sorprendente e agghiacciante analogia con quella del poeta sudafricano Benjamin Moloise, assassinato dal regime dell’apartheid negli anni ottanta nel corso di una campagna elettorale
    Il gruppo di cui Puig Antich faceva parte si era denominato MIL (Movimento Iberico di Liberazione) e si autodefiniva come “una organizzazione non permanente”. Nelle singole storie politiche dei suoi militanti si ritrova il comune denominatore di un radicale antiautoritarismo che li portò alla graduale ma sistematica rottura con partiti e sindacati dell’opposizione. In questo atteggiamento (oltre ad una certa dose di “estremismo infantile”) riemergeva una costante delle lotte operaie e popolari catalane: la tendenza all’autogestione e alla federazione tra gruppi autonomi, il rifiuto dello stato, della centralizzazione e della burocrazia…
    Quando, alla fine del 1971, Salvador si integra nel MIL ha 23 anni (questa è anche l’età media dei componenti) e alle spalle una militanza non indifferente nelle CCOO (Comissions Obreres) e nelle lotte del suo quartiere. Ripercorrendone oggi la storia – breve ma convulsa – i militanti del MIL sembrano quasi ossessionati dal bisogno di stampare, pubblicare libri e riviste, sia con materiali di loro produzione che traduzioni, ristampe ecc. I numerosi episodi di “autofinanziamento” (rapine alle banche, simbolo del Capitale nell’immaginario collettivo dei soggetti antagonisti, ma anche simbolo dell’Oligarchia finanziaria “espanyolitzadora”) saranno sempre legati a precise “scadenze editoriali” (con circuiti non di vendita ma di distribuzione militante e clandestina) oltre che alla necessità di fornire un congruo sostegno finanziario alle lotte operaie che si svolgevano in condizioni spesso disperate. Non esiste comunque in Europa un altro esempio di gruppo guerrigliero altrettanto prolifico in campo editoriale in un arco di tempo tanto breve. Non a caso il loro primo esproprio è ai danni di una tipografia da cui vengono prelevate le attrezzature e i macchinari indispensabili ai loro progetti. Bisogna dire che l’uso della stampa non si limita a “rappresentare pubblicamente la coerenza politica delle azioni del MIL”, ma voleva essere anche un valido strumento politico-culturale nei confronti della classe operaia. Quanto alle armi che si procurano sono, in genere, poco più che residuati bellici, gelosamente conservati dai fuoriusciti della FAI che avevano combattuto nella Resistenza francese. In parte vengono fornite anche dai sopravvissuti del gruppo di Sabaté (el Quico).
    La prima rapina vera e propria venne realizzata nel settembre 1972 in una regione della “Catalogna profonda”, la Cerdanya, non lontano dalla frontiera. La zona (già frequentata dalla guerriglia antifranchista negli anni cinquanta) è montagnosa e i catalani la conoscono molto bene. Qui si registraronogli ultimi episodi di resistenza all’avanzata dei franchisti, nel ’39. Vi prese parte anche un giovanissimo Sabaté prima dell’internamento in Francia. Inoltre la località non è lontana dal “Pi de les Tres Branques”, l’albero dove annualmente si radunava l’indipendentismo radicale (e dove “Terra Lliure” rendeva onore ai suoi caduti). Il bottino venne immediatamente impiegato per pubblicare alcuni testi rivoluzionari. Dopo solo 15 giorni entra in circolazione (ovviamente clandestina) quella che probabilmente è l’esposizione più completa delle tesi politiche del MIL: “Sobre la agitacion armada” cui farà seguito “Capital y trabayo”.
    Il primo opuscolo rappresenta una critica precisa e motivata di qualsiasi tendenza militarista; secondo il MIL quei gruppi che teorizzano e praticano la “lotta armata militare” si collocano al di fuori della lotta di classe perché si considerano “avanguardia” e trovano in questo la giustificazione al loro operato. Diversamente –sosteneva il MIL- un nucleo di “agitazione armata” non considera la sua attività autosufficiente ma si colloca e si definisce all’interno della lotta di classe di cui è parte integrante. Questo gruppetto di militanti considerava le azioni armate come una esigenza tattica, organica al movimento operaio (almeno in quella determinata fase storica, in cui le lotte di tipo rivendicativo rivelavano i loro limiti sotto i colpi di una durissima repressione). Da queste considerazioni derivava la convinzione di dover dare un “aiuto concreto” (si definirono “grup d’aiut”), di essere cioè in grado sia di difendersi dagli attacchi del regime franchista che di fornire sostegno economico agli operai durante gli scioperi o in caso di arresti, licenziamenti ecc.
    In conclusione i militanti del MIL ritenevano che, nella Catalunya degli anni settanta, fosse questa l’unica forma di difesa possibile ed efficace, l’unica a poter essere autogestita dai diretti interessati, le classi subalterne, senza deleghe ai “militaristi”. Per loro queste posizioni rappresentavano esattamente il contrario di quanto veniva generalmente messo in pratica dalle avanguardie di vario genere che riducono le lotte di massa a mera attività di sostegno alle loro organizzazioni politico-militari. Volendo si può cogliere in questo atteggiamento anche una critica implicita ad alcuni “eserciti di liberazione”.
    Nonostante queste premesse teoriche, la pratica impose alcuni accomodamenti e, verso la fine del ’72, prese forma una certa collaborazione con gruppi di indipendentisti, tra cui i transfughi dal PSAN della cosiddetta OLLA (Organitzaciò de Lluita Armada). Oltre a rapporti personali e al confronto politico (con reciproci tentativi di proselitismo) si ebbe un notevole interscambio di documentazione e informazioni. Da registrare anche alcuni assalti congiunti alle banche. Le azioni venivano rivendicate con lanci di volantini durante e dopo. In alcuni casi anche prima…
    In coincidenza con il tredicesimo anniversario della sua morte quelli del MIL, vollero riaffermare un costante riferimento alla figura leggendaria di Sabaté compiendo un “esproprio” a Badalona. Quasi contemporaneamente riuscirono ad avviare la più ambiziosa tra le loro iniziative editoriale, le “ Ediciones Mayo ‘37”. La prima opera ad essere pubblicata è un volume che raccoglie saggi e articoli dell’internazionalista (assassinato a Barcellona dagli stalinisti) Camillo Berneri. Seguirà “Guerra di classe 1937 – Guerra di classe 1973” in cui vengono documentate e analizzate le profonde analogie tra le posizioni del MIL e quelle degli anarcosindacalisti catalani che si erano opposti sia alla reazione franchista che alla controrivoluzione staliniana (“Guerra di classe” si chiamava il giornale diretto da Camillo Berneri). Testuale dalla prefazione:
    ”A partire dai fatti di Barcellona del maggio ’37 ogni tentativo rivoluzionario che non sappia essere fedele a questa esperienza è condannato alla pura e semplice inesistenza”. Parole queste che in bocca a dei Catalani suonano anche come un richiamo alla propria storia nazionale, una sorta di rivendicazione della propria identità. E questa identità (niente di “etnicista”, naturalmente) non si lega, nella coscienza collettiva, soltanto a quanto vi è di profondo, ancestrale (come la leggenda dei quattro segni rossi impressi dalla mano regale ricoperta del sangue di un cavaliere morente) ma anche a quanto opera, agisce, muta nel tempo storico, nelle contraddizioni e nelle lotte…Si tratti delle donne combattenti cadute durante l’assedio di Barcellona del 1714 e tumulate nelle fosse comuni del “Fossar” (e ricordate con una cerimonia ogni 11 settembre) o dei comunardi dell’Alto Llobregat decisi, in pieno XX secolo, a lottare a morte per rivivere l’Età dell’Oro ( forse il “Futuro Primitivo” di Zerzan?). Le une e gli altri costruendo (o affossando?) la Storia e rinnovando il Mito.
    Sembra che anche il più dirompente e antitradizionale degli eventi, la Rivoluzione Sociale, venga ricordato e interpretato in un’ottica “catalana” (ossia libertaria, consiliare, autogestionaria e autogestita, federalista…) proprio nel momento in cui assume valori e valenze universali. Lottare per il superamento della forma-stato a favore dell’autorganizzazione totale delle classi subalterne deriva da una concezione del mondo non dissimile da quella di chi teorizza il superamento dello stato-nazione per l’autorganizzazione della comunità popolare nazionale, forse.
    Se qualcuno volesse in proposito confrontarsi con le posizioni di alcuni movimenti molto attivi negli anni ottanta (“Crida a la Solidaritat”, “Moviment d’Esquerra Nazionalista”…) potrebbe agevolmente individuare quale sia stato in tempi relativamente recenti il punto d’arrivo di un percorso di reciproca contaminazione tra anarchismo catalano e lotte per l’autodeterminazione.
    Tornando a quelli del MIL, l’aver individuato come principale avversario “il Capitale” (non solo il franchismo, non solo lo stato spagnolo) ha impedito che le loro azioni assumessero il carattere talvolta indiscriminato di quelle di altri gruppi maggiormente caratterizzati in senso “etnico”.

    FUMETTI COME ARMA IMPROPRIA
    Il 2 marzo 1973 Puig Antich è in attesa con l’auto fuori del Banco Hispano-Americano del “passeig de Fabra i Puig”. Quando vede avvicinarsi alcuni poliziotti in borghese suona il clacson per avvisare i compagni all’interno della banca; l’episodio sarà ricordato, celebrato simbolicamente da centinaia di auto durante una manifestazione contro la condanna a morte. Nella sparatoria che ne deriva quelli del MIL escono dalla banca correndo a zig zag sotto il tiro incrociato della polizia, rinunciando volutamente a farsi scudo con ostaggi. Abbandonato il bottino, riescono a sfuggire all’inseguimento. Di seguito la maggior parte dei militanti si rifugia a Tolosa dedicandosi completamente all’editoria. Nell’aprile del 1973 esce il primo numero della rivista CIA (“Conspiracion Internacional Anarquista”).
    Nell’editoriale, dedicato ad un sommario bilancio della loro attività,c’è ancora un richiamo alle origini del MIL: alle prime “Commissions Obreres” e a tutto il movimento operaio antiautoritario e autonomo (anche se, riconoscono, le vicende successive hanno creato distanza tra le realtà di fabbrica e la guerriglia). Nell’interno ampio spazio è dedicato ai fumetti (alcuni in stile “Puzz” con evidenti contaminazioni situazioniste) e ad un articolo commemorativo-biografico su Francisco Sabaté, “el Quico”.
    Nell’estate del 1973, mancando i fondi per stampare il 2° numero della rivista “CIA” (pur sapendo che il Gruppo Speciale anti-MIL è ormai sulle loro tracce), riprendono le azionidi esproprio. Il 6 giugno viene assaltata una filiale del Banco di Bilbao, a Barcellona. Per la prima volta Salvador entra nella banca e non si limita a fare da autista. Dall’auto in corsa vengono lanciati volantini di rivendicazione, prima e dopo l’azione. Ormai i quotidiani parlano esplicitamente del carattere politico delle rapine compiute da un “grup de combat del moviment libertari”. Il 19 giugno è la data del colpo più spettacolare (e proficuo) operato dal MIL: un bottino di 3.074.000 pesetas al Banco di Banesto. Nei volantini di rivendicazione viene precisato che il ricavato sarà destinato “als obreres sense feina”, agli operai disoccupati. E così avviene.
    E’ in questo periodo che una serie di contrattempi e incidenti dà inizio alla fine disgraziata del MIL. Salvador dimentica in un bar una borsa con una P-38 calibro special, due caricatori e tutti i suoi documenti (falsi e autentici) con le relative fotografie. Contemporaneamente si aggrega al gruppo un ambiguo personaggio detto “el legionario” che in seguito sparirà con 1.300.000 pesetas. Temendo una delazione viene proposto di eliminarlo ma Salvador si oppone a queste misure e lo cerca per parlargli e convincerlo. Val la pena di ricordare che in analoghe circostanze anche Durruti e Sabaté si comportarono nello stesso modo perché “chi tradisce tradisce sempre e solo se stesso. Non farsi giudice è il solo modo per prevenire la nascita dei giuda”.
    Intanto si fa sempre più strada la spiacevole sensazione dell’isolamento. In una riunione tenuta in Francia nell’agosto 1973, riconoscono onestamente che la maggior parte dei lavoratori è piuttosto critica nei loro confronti e contraria alle “forzature” operate dal MIL rispetto alla dinamica delle lotte. Questo conferma che negli ultimi mesi il sostegno politico è venuto a mancare e che, a questo punto, rischiano di estraniarsi ulteriormente dalla realtà quotidiana delle fabbriche, di ridursi a rapinare per sopravvivere anche quando sono ormai venute meno le condizioni della loro “propaganda con i fatti”. Da queste premesse e dal dibattito successivo deriva la scelta lucida e irreversibile di “autodisoluciòn” (autoscioglimento). Il manifesto di “Autodisoluciòn de la organizaciòn politico-militar dicha MIL” viene pubblicato integralmente sul secondo numero della rivista “CIA” (al solito in compagnia di provocatori fumetti). Il documento consiste in un ripasso delle lotte del movimento operaio dal 1848 agli anni settanta, con annessa critica al riformismo e opportunismo di partiti e sindacati. Vengono elencati gli episodi che, secondo il MIL, avevano rappresentato il “risorgimento rivoluzionario” a livello planetario degli anni sessanta (maggio ’68, scioperi selvaggi in Europa e America…) e nella penisola iberica in particolare (nascita delle Commissioni Operaie, scioperi nelle miniere asturiane, lotte alla Seat e alla Harry Walker…).
    Quanto al MIL, si sostiene che è nato come “gruppo specifico” (v. la FAI negli anni trenta) di sostegno alle lotte radicali del movimento. Solo in seguito, precisano, erano sorti “rapporti stabili con i gruppi di matrice nazionalitaria e indipendentista, rischiando forse di perdere di vista le prospettive iniziali”.
    Nelle conclusioni si richiamano esplicitamente ai “Grups Autonoms de Combat” come “autentici organismi di azione rivoluzionaria, autonoma e autogestita”, che hanno saputo “porre una netta discriminazione tra loro e il riformismo”.

    I GIORNI DELLA FINE
    Nel settembre del 1973 Salvador Puig Antich torna a Barcellona e, coerentemente, rifiuta di prendere parte ad altre rapine su proposta di alcuni membri irriducibili, probabilmente gli stessi che in seguito daranno vita ad una formazione denominata GARI. Da quel momento prende inizio una serie impressionante di arresti da parte del “Gruppo speciale per la disarticolazione del MIL”. Vengono arrestati alcuni esponenti marginali e persone con legami affettivi che, sottoposti a duri interrogatori e torturati, forniscono alla polizia nuovi elementi sulla struttura del MIL.
    Negli ultimi giorni di libertà Salvador si preoccupa di contattare avvocati per la difesa dei compagni arrestati e si incontra con alcuni esponenti dell’indipendentismo radicale che gli propongono di integrarsi nel loro gruppo. Ma il cerchio continua a stringersi e il 25 settembre 1973 avviene il tragico arresto nel corso del quale muore il vice ispettore di polizia Anguas Barragan e si compie il destino di Salvador Puig Antich.
    Quando venne portato all’ospedale, Salvador presentava due vistose ferite da arma da fuoco: una alla mandibola e una (con due fori) alla spalla. Si trovava inoltre in stato di commozione cerebrale per i numerosi inferti dai poliziotti. Intanto la polizia diffondeva comunicati alla stampa con l’obbligo tassativo di pubblicarli. Secondo questi comunicati ufficiali il giovane libertario risultava l’unico responsabile della morte del “policia”, nonostante la dinamica fosse poco chiara; anche l’autopsia venne effettuata in un commissariato e non all’Istituto di Anatomia. Gli ex militanti del MIL e gli indipendentisti dell’OLLA (in cui forse Salvador pensava di integrarsi) stavano cercando freneticamente di organizzare la liberazione del compagno dall’ospedale. Informato di questo dall’avvocato Oriol Arau, Salvador si oppose perché l’azione avrebbe sicuramente comportato rischi gravissimi per il gruppo incaricato di eseguirla.
    Venne poi trasferito al “Modelo” (carcere fondato nel 1888 e abituale recapito di molti rivoluzionari catalani) con addosso ancora i segni delle ferite. Non poteva mangiare e parlava con estrema difficoltà. Finì naturalmente nel quinto braccio, quello dei prigionieri politici (anche se questi ufficialmente non esistevano).
    A farsi immediatamente carico della difesa di Salvador sono il giovane avvocato Oriol Arau e, in seguito, lo stesso presidente della “Académia de legislaciò i Jurisprudéncia de Catalunya”, Francesc D’Assis Condomines Valls. Cominciano intanto a mobilitarsi le varie associazioni antifranchiste, innanzitutto quelle di maggiore affinità ideologica con il prigioniero: il Coordinamento dei gruppi libertari, gli “Estudiants Llibertaris de Catalunya”, il “Comité Libertari Antirepressio” e, naturalmente, i “Grups Autonoms de Combat”. Gli indipendentisti dell’OLLA e ciò che resta del MIL organizzano un Comitato di Solidarietà che riesce a distribuire clandestinamente 5000 copie di un dossier in cui si rivendica la condizione di Prigionieri Politici degli arrestati. Pur non condividendo l’ideologia del MIL interviene anche la più prestigiosa organizzazione del dissenso catalano: la “Comissio de Solidaritat pro presos politics” che dal 1969 riunisce cristiani, progressisti, nazionalisti, sindacalisti ecc. e che rappresenta la prima manifestazione di quella che sarà l’”Assemblea di Catalunya”.
    Il 26 novembre 1973 Salvador viene ufficialmente informato che contro di lui venivano richieste ben due condanne a morte. Immediatamente Barcellona si ricopre di manifesti in catalano con la sua foto e la didascalia “Militante rivoluzionario in pericolo di morte”. Contro l’esecuzione intervengono duramente anche la “Coordinadora delle CCOO Metallurgiche”, le CCOO della Seat, la LCR, il PSAN…
    Fino al 20 dicembre 1973 era opinione diffusa che il regime avrebbe modificato la condanna a morte con quella all’ergastolo. Ma dopo l’uccisione da parte di ETA del presidente del governo, Carrero Blanco, si comprese che ormai la vita di Salvador era appesa ad un filo.
    Il 4 gennaio 1974 a Barcellona esplode la prima bomba contro la convocazione del Consiglio di Guerra, riunito nella “Sala di Justicia del Govern Militar”, nei pressi della “Porta de la Pau”. Altre ne esploderanno nei giorni seguenti. Migliaia di firme vengono raccolte per una richiesta di sospensione della pena capitale da inviare al presidente del governo. L’8 gennaio inizia il processo contro Salvador e gli altri compagni arrestati nella sede del Governo Militare. Viene accordata l’udienza pubblica e la sala si riempie di un centinaio di giovani, mentre la maggior parte deve restarsene fuori. I due episodi contestati a Salvador sono: l’assalto del 2 marzo 1973 al Banco Hispano-Americano al “passeig de Fabra i Puig” (quasi simbolicamente Salvador verrà giustiziato ad un anno esatto di distanza, il 2 marzo 1974) e la morte del poliziotto avvenuta la sera del 25 settembre 1973. Salvador ammette di aver fatto fuoco in quest’ultima circostanza ma alla cieca, a caso. Non era in grado di prendere la mira anche perché era stato ripetutamente colpito alla testa dai poliziotti col calcio delle pistole (percosse che gli avevano procurato la commozione cerebrale diagnosticata all’ospedale). La difesa affermava che il colpo era partito casualmente durante la rissa tra il giovane e i cinque poliziotti in borghese che cercavano di arrestarlo, senza mandato e senza nemmeno essersi qualificati. Quando Salvador era a terra, ferito, uno dei poliziotti si era avvicinato e aveva esploso da brevissima distanza due colpi (uno alla testa e uno alla spalla) con il chiaro intento di ucciderlo. Solo per caso il colpo che doveva essere mortale si era limitato a fracassargli la mandibola, Da parte sua l’accusa sostenne che i reati erano aggravati dal fatto che l’organizzazione MIL avrebbe “attentato contro l’unità della patria, l’integrità dei suoi territori e contro l’ordine costituito”. Entrambi i reati venivano considerati “delitti di terrorismo” e sottoposti agli articolo del Codice di Giustizia Militare. Invano la difesa si aggrappa alla comprovata inconsistenza del MIL come organizzazione specificatamente terrorista (dato che non aveva sede, gerarchia interna e nemmeno un ambito territoriale specifico) cercando di dimostrare che le attività erano episodiche, occasionali. Scopo della difesa, far rientrare le azioni del MIL nell’ambito della giurisdizione ordinaria che non avrebbe comportato la condanna a morte. La sorte di Salvador venne decisa rapidamente: trent’anni per la rapina e condanna a morte per l’uccisione di Anguas.
    Parrocchie di ogni parte della Catalunya, Facoltà universitarie, gruppi umanitari, associazioni professionali chiesero pubblicamente al capo dello stato la commutazione della pena.
    Iniziava così una serie quasi quotidiana di manifestazioni per strappare al boia il militante libertario.
    9 gennaio: manifestazione del PSAN e del FNC a Barcellona.
    10 gennaio: manifestazione delle CCOO.
    11 gennaio: altre manifestazioni a Barcellona e a Terrassa, nei quartieri tradizionalmente legati al movimento anarchico.
    12 gennaio: l’”Assemblea de Catalunya” denuncia tramite i suoi rappresentanti la volontà del regime di assassinare Salvador che viene paragonato a Grimau, fucilato il 20 aprile 1963.
    Duemila studenti universitari sfilano in silenzio per le vie della capitale catalana con bracciali neri. In tutti i “Paisos Catalans” vengono brutalmente impediti conferenze e dibattiti sulla pena di morte mentre Barcellona viene letteralmente ricoperta di scritte “Salvem Puig Antich”. Anche il Comitato di Solidarietà con i prigionieri del MIL decide di passare all’azione e all’alba dell’11 gennaio una esplosione sveglia bruscamente gli abitanti di alcuni quartieri popolari di Barcellona (Pedralbes, Sants, les Corts…). L’attentato è rivolto contro un monumento franchista già colpito l’anno precedente dal FAC (Front d’Alliberament Català). Manifestazioni si svolgono anche all’Università di Bilbao, a Parigi e in Occitania dove viene assalito il consolato spagnolo.
    A Bruxelles vengono occupati gli uffici della “Iberia”; a Strasburgo l’abitazione del console spagnolo. Verso la metà di gennaio si svolge, con partenza da San Cugat, una manifestazione particolarmente simbolica: centinaia di auto che espongono drappi neri procedono incollonate verso Barcellona. Giunte a “Fabra i Puig” bloccano la strada e suonano ripetutamente i clacson in ricordo del gesto compiuto da Salvador il 2 marzo del 1973. Toni, un compagno di origine castigliana ben integrato in Catalunya, che vi prese parte mi raccontava che “non si sono più viste tante bandiere nere a lutto in Barcellona”. Aggiungendo poi con amarezza:”Almeno fino all’Hipercor”.
    L’imminenza dell’esecuzione esaspera i sentimenti di ogni settore della società catalana, ognuno dei quali reagisce con i mezzi e i modi che gli sono congeniali. Si moltiplicano le petizioni e i telegrammi che chiedono clemenza; si registrano nuove manifestazioni e altri attentati.
    EPILOGO: LA LUCE CHE SI SPENSE
    Il primo marzo 1974 il Consiglio dei Ministri, presieduto dallo stesso Franco, confermò la condanna a morte per Salvador Puig Antich e per un presunto “apolide di origine polacca” chiamato Heinz Chez (solo recentemente si è scoperto che in realtà era un tedesco fuggito dalla Germania dell’Est e che viveva sotto falso nome) responsabile della morte di un guardia civil.
    “Policia armada”, G.C. e Brigata Sociale vennero dislocate in modo da far fronte alla reazione popolare. In tutti i punti strategici di Barcellona vennero predisposti dispositivi di sicurezza e i soldati restarono consegnati nelle caserme . Salvador venne prelevato dalla sua cella (dove dormiva già vestito) e condotto davanti al giudice istruttore che gli notificò la sentenza definitiva (“…e in quel preciso istante saltò la luce lasciando la stanza completamente al buio per alcuni minuti…”). Il condannato trascorse poi tutta la notte in una cella denominata “la cappella”, sorvegliato costantemente in attesa del trascorre delle dodici ore rituali.
    Intanto Oriol Arau (con la collaborazione di Marc Palmés, l’avvocato catalano che l’anno seguente avrebbe difeso il militante di ETA Paredes Manot “Txiki”) tentava disperatamente, ma inutilmente, di guadagnare tempo. Al loro ultimo incontro Salvador cercò di far coraggio alle sorelle in lacrime. Durante la notte scrisse tre lettere, in catalano. Quella per il fratello era intestata con un verso di Ferrè : “Je vais mettre en chanson la tristesse du vent”. Anche un estremo tentativo dell’Abate di Montserrat di ottenere clemenza andò incontro ad un completo fallimento. Qualcuno vicino alla famiglia mi ha raccontato che, mentre la conversazione tra Salvador e le sorelle languiva, un militare gridò loro di procurarsi un lenzuolo altrimenti l’avrebbero gettato in una fossa comune, come ai tempi delle “sacas” (le fucilazioni indiscriminate dei prigionieri repubblicani durante e dopo la Guerra Civile).
    Non posso fare a meno di cogliere la coincidenza: la stessa minaccia, quasi con le medesime parole, venne proferita nei confronti della madre di Patsy O’Hara, durante lo sciopero della fame che lo portò alla morte nel 1981, in Irlanda del Nord.
    Alle nove del mattino del 2 marzo 1974 le sorelle vennero allontanate insieme all’avvocato Oriol Arau. Resteranno davanti al carcere ad attendere l’uscita del furgone mortuario scortato dalla polizia. Lungo il breve suo ultimo percorso, Salvador dovette passare in mezzo a due cordoni della Brigata Sociale, ammanettato. Camminò da solo apostrofandoli e chiedendo se fossero stati pagati bene per quel “lavoro straordinario”. Infine, verso le 9 e 40, il boia fissò l’anello di ferro del garrote attorno al collo di “Metge”.
    Questa, in sintesi, fu “la breve estate” di Salvador Puig Antich. Noi non lo abbiamo mai dimenticato.
    Gianni Sartori

  3. Gianni Sartori
    7 maggio 2014

    PAISOS CATALANS: PENA DI MORTE IN EPOCA FRANCHISTA
    (Gianni Sartori)

    Premessa. Mi segnalano che la garbata polemica da me involontariamente sollevata ponendo la questione della “croce cerchiata delle ss francesi impropriamente denominata celtica” (v. l’articolo “Fascisti, tenete giù le mani dall’Irlanda”) è proseguita in altre sedi. A mio avviso, un inutile dispendio di energie per dimostrare l’indimostrabile, ossia che quel simbolo non sarebbe un richiamo al collaborazionismo filonazista. Per i non addetti: si parlava della mostrina di una compagnia Flack (contraerea) formata da collaborazionisti francesi e destinata, per decreto, a diventare emblema della Charlemagne (waffen ss) se la guerra non fosse finita in tempo. Andrebbe spiegato, da parte di questi presunti sostenitori dell’autodeterminazione dei popoli, come mai il legame con la mostrina di riconoscimento di quella Flack venisse rivendicato nel dopoguerra da alcuni reduci delle waffen-ss. Personaggi che parteciparono alla fondazione del Parti republicain d’union populaire (poi Mouvement socialiste d’unité francaise) e riesumarono la “croce cerchiata delle ss francesi impropriamente chiamata celtica”(consultare “Le combattant europeèn”).*
    Come capita sovente “quando il saggio indica con il dito la luna, lo stolto vede soltanto il dito”.
    Il ruolo di “saggio” sicuramente non mi compete, ma è comunque da stolti non vedere (o non voler vedere) quale fosse il vero problema posto dal mio intervento. Non ho ancora registrato commenti da parte del “settore destro” sul ruolo svolto dai loro fratelli maggiori, certi soidisant “antimperialisti” di estrema destra che finirono per integrarsi nelle squadre della morte spagnole (ATE, BVE, GAL, quelle che assassinavano i rifugiati baschi in Iparralde e i carlisti dissidenti a Montejurra-Jurramendi). O magari con l’esercito sudafricano contro le lotte di liberazione nazionale in Angola e Namibia. Per non parlare della collaborazione con i regimi fascisti in America Latina e con le milizie maronite di destra in Libano. Nessun chiarimento poi sui rapporti intercorsi tra i fascisti nostrani e quelli inglesi del NF (e quindi, magari indirettamente, con le destre protestanti, i lealisti di UDA, UVF, UFF…). **
    Alimentare ulteriori polemiche ideologiche non mi pare di grande utilità (avrei altro da fare). Se questo sito vorrà ospitarli, penso sia di maggior interesse proporre una serie di articoli su come le destre estreme abbiano, di volta in volta, represso o cercato di strumentalizzare alcune lotte di liberazione nazionale. In particolare quelle che ho conosciuto maggiormente di persona: Euskal Herria, Irlanda e Paisos Catalans (con cui inizio). ***

    La pena di morte era stata abolita in Spagna per la prima volta nel 1932, ma venne ben presto ripresa per i delitti definiti di “terrorismo”, in risposta all’insurrezione dei minatori asturiani nell’ottobre 1934. Nel 1938 venne pienamente ristabilita e quindi applicata a livello di massa tra il 1939 e il 1945. La legge marziale rimase in vigore dal 28 luglio 1936 al 7 aprile 1948. Con la definitiva vittoria franchista (1939), si assiste ad una serie impressionante di sacas. Così venivano chiamate le operazioni con cui si prelevavano dalle prigioni gruppi di detenuti per fucilarli direttamente, senza alcuna parvenza di processo. In seguito queste “esecuzioni selvagge” (come le ha definite uno storico catalano) vennero sostituite da processi-farsa, con un’apparenza solo formale di legalità. Settanta-ottanta persone venivano giudicate contemporaneamente sulla base di una serie di presunti reati commessi e inevitabilmente con la sentenza si decretava la pena di morte collettiva.
    Ricordo che stiamo parlando di fucilazioni o impiccagioni sistematiche, operate dall’apparato statale, non di episodi di vendetta o di ritorsioni di qualche gruppo incontrollato.
    Non sono pochi gli studi finalizzati a quantificare il numero delle vittime della repressione franchista nel cosiddetto “dopoguerra” (accettando per comodità come riferimento per la fine della Guerra Civile quello ufficiale e convenzionale dell’aprile 1939: “La guerra ha terminado”).****
    Studi e ricerche che non sono esenti da critiche, confutazioni e revisioni.
    E naturalmente la macabra contabilità non è immune dall’ideologia. Questa non risulterà come il fattore determinante nell’emettere giudizi o valutazioni storiche, ma non è nemmeno fine a se stessa.
    G. Jackson in “La Republica espanola y la guerra civil”, Barcelona 1976, parlava di circa 580mila morti complessivi, o per cause belliche o per violenza politica, tra il 1936 e il 1943. Di questi circa un terzo (200mila) sarebbero stati prigionieri repubblicani morti per esecuzioni dal ’39 al ’43.
    Studi successivi, sorti sull’onda delle polemiche, avevano portato a un ribasso della cifra.
    S. Larrazabal arrivava addirittura a parlare di “soltanto 22.716 esecuzioni tra il 1939 e il 1943”.
    Fino agli anni ottanta la maggior parte degli storici si era attestato su una cifra di circa centomila. Ramon Tamares riportava il numero di 103.129 giustiziati (sempre riferendosi al “dopoguerra”, naturalmente). In anni più recenti lo storico triestino Claudio Venza parlava di una cifra compresa tra 90mila e 150mila, dal 1939 al 1945. Studi più recenti (sia Jorge M. Reverte che Santos Julià, Victimas de la guerra civil, Madrid 1999) hanno calcolato che tra il 1936 e il 1943 il nuovo ordine fascista fece giustiziare oltre150mila persone. Più di quelle che l’esercito di Franco avevano ucciso in tre anni di guerra. E senza dimenticare che numerosi combattenti repubblicani, ormai circondati, preferirono suicidarsi con l’ultimo colpo in canna piuttosto che cadere nelle mani dei carnefici fascisti. Come nel porto di Alicante.
    Dato che le diverse metodologie applicate influenzano i risultati, è lecito pensare che alcuni dei lavori in questione pecchino quanto meno di approssimazione. Sembra infatti che quasi nessuno degli storici citati avesse ritenuto di dover consultare anche i Registri Civili, forse considerandolo un lavoro troppo lungo e comunque scarsamente prestigioso. Se ne occupò invece, sempre negli anni ottanta, qualche ricercatore catalano, in particolare Josep M.Solé i Sabaté, sobbarcandosi il gravoso compito di dedicarsi sistematicamente a questo genere di ricerca.
    Per quanto riguarda i Paisos Catalans era giunto alla conclusione che le vittime del franchismo sono state molte più del previsto. Nel solo Principat i catalani assassinati dalle forze di occupazione dopo il ’39 sarebbero stati 3.385 (almeno quelli accertati ancora negli anni ottanta), metà dei quali a Barcellona, gli altri distribuiti tra Tarragona, Lleida, Girona e una serie di località minori. Un analogo lavoro di ricerca svolto nel Pais Valencià aveva quantificato in circa 10mila i catalani giustiziati dopo il 1939 (complessivamente in una decina di località considerate). Come si può intuire il maggior numero di fucilati nel Pais Valencià rispetto al Principat era dovuto anche alla maggiore distanza da una frontiera internazionale come quella con la Francia. Anche se non tutti gli antifranchisti che si rifugiarono in Francia sfuggirono poi alla vendetta del dittatore. *****
    Primo fra tutti quel Lluis Companys (fondatore nel 1931 dell’Esquerra Republicana de Catalunya) che ancora nel 1934 aveva proclamato “lo Stato Catalano integrato nella Repubblica Federale Spagnola”, gesto che gli costò l’arresto e l’imprigionamento nel carcere di Santa Maria.
    Dopo la sconfitta della Repubblica nel 1939 Companys cercò scampo in Francia, ma con l’invasione delle truppe naziste venne riconsegnato ai franchisti. Dopo un processo sommario venne fucilato a Montjuic nel 1940. Seppe morire con molta dignità, lasciando sconcertati gli stessi membri del plotone di esecuzione. Prima che questi aprissero il fuoco si levò e depose gli occhiali, poi si tolse le scarpe per posare i piedi nudi sulla sua terra e cantò l’inno nazionale catalano (“Els Segadors”). L’eroica morte di Companys venne prepotentemente riportata alla memoria dei catalani nel settembre 1975 quando un giovane basco, Juan Paredes Manot (Txiki), venne fucilato al cimitero di Sardenyola non lontano da Barcellona. Davanti al plotone di esecuzione Txiki gridò “Gora Euskadi Askatuta, Iraultza Ala Hill” e poi intonò l’Eusko Gudariak, il canto dei gudaris, i combattenti baschi antifranchisti. Il 27 settembre (giorno della sua fucilazione e di quella di un altro etarra, Otaegi, oltre che di tre militanti del Frap), divenne la data in cui si celebra il Gudari Eguna (giorno del combattente basco).
    Estendendo le modalità di ricerca adottate da Josep M. Solé i Sabaté a tutta la penisola iberica (soprattutto nel centro e nel Sud da dove era difficile espatriare) si arriverebbe con ogni probabilità ad una revisione delle cifre precedentemente riportate. Quanti sono stati, per esempio, i casi in cui l’esecuzione venne classificata come “traumatismo”, evidente eufemismo quando viene applicata a gruppi di decine di persone morte contemporaneamente? In altri casi si riporta “asfixia” oppure “herida penetrante de craneo”. I Registri Civili, riportando la data e il numero delle vittime, permettono quindi di ricostruire con minor approssimazione la portata del massacro operato dal franchismo a guerra finita. Altro dato interessante emerso da queste ricerche in Catalunya è che la maggior parte delle vittime, nelle località prese in considerazione, erano militanti o simpatizzanti anarcosindacalisti (CNT, FAI). Cosa del resto quasi scontata se si tiene conto che i Paisos Catalans sono stati presumibilmente il maggior vivaio libertario della Storia. Sempre grazie ai Registri Civili si è avuto conferma di quale fosse la condizione sociale della maggior parte delle vittime. Quasi tutti appartenevano alle “classi subalterne”, le stesse che maggiormente si erano rese protagoniste del tentativo di stroncare il fascismo e contemporaneamente di rovesciare l’ingiusto ordine sociale esistente. Questo particolare può far comprendere anche quali siano stati i costi umani complessivi. Basti pensare alla miseria in cui precipitarono migliaia di famiglie proletarie la cui stessa sopravvivenza dipendeva per lo più dal lavoro degli assassinati. L’impiego di misure repressive contemplanti la pena di morte non si esaurì comunque con la fine degli anni quaranta. Le esecuzioni continuarono ad essere adottate sistematicamente anche negli anni successivi. Sotto certi aspetti addirittura si perfezionarono a scopo preventivo e come deterrente nei confronti di una guerriglia che andava diffondendosi. Avviata nei PPCC da militanti anarchici come Francisco Sabatè Llopart (El Quico, già integrato nella Colonna Durruti), Facerias e Capdevilla (Caraquemada), seppe mantenersi fino al MIL, il gruppo di Oriol Solé e Puig Antich (giustiziato nel 1974).
    Era del 1959 la Legge di Ordine Pubblico con cui la pena di morte veniva estesa a tutti i “delitti contro lo Stato”. Nel 1963 veniva poi creato il famigerato Tribunale di Ordine Pubblico, lo stesso che condannerà a morte Puig Antich e il Txiki. Sempre nel 1963 suscitarono condanna a livello internazionale le esecuzioni del comunista Juan Grimau (20 aprile) e degli anarchici Joaquin Delgado e Francisco Granados (17 agosto). Infine, nel 1964, il famoso Decreto-Legge “contro il banditismo”, responsabile della morte di tanti oppositori. Ovviamente il maggior numero delle vittime era costituito da militanti (anarchici, indipendentisti, comunisti, sindacalisti…) ammazzati lungo le strade, in maniera alquanto informale, da vere e proprie squadre della morte di stato. Altri, anche solamente sospetti, morivano nelle carceri, nelle caserme della GC e nei commissariati a causa di percosse e torture o grazie allo stratagemma della “ley de fuga”. Per restare in Catalunya, rimane emblematico il caso dell’operaio di origine andalusa Cipriano Martos, aderente al Fronte rivoluzionario antifascista patriottico (il Frap, operante in tutta la penisola, sosteneva l’autodeterminazione di PPCC, Euskal Herria e Galizia). Cipriano venne ammazzato nella caserma della Guardia Civil di Tarragona il 17 settembre 1973. Nel corso dell’anno sia la GC che la BPS (Brigata politico-sociale) praticarono la tortura in maniera indiscriminata. Come mi raccontava un ex esponente del Frap “timpani e costole rotte non si contarono e i muri delle celle rimasero letteralmente ricoperti di sangue”. Ricordava anche di essere stato “arrestato in maggio a Barcellona insieme a decine di altri militanti. E tutti, chi più chi meno, subimmo la tortura”. Quanto a Cipriano, nonostante maltrattamenti e percosse, non aveva dato nessuna informazione ai suoi aguzzini. Questi allora lo costrinsero a ingerire acido solforico. Trasportato in ospedale gli venne praticata la lavanda gastrica. Ricondotto in caserma venne nuovamente torturato e ancora costretto a ingerire altro acido solforico. Una seconda lavanda gastrica risultò del tutto inutile. Sul suo martirio lo scrittore Miguel Bunuel ha scritto il breve ma toccante testo “El desaparecido”.

    Nei confronti del franchismo era prevalso un atteggiamento sostanzialmente benevolo, sia da parte del Vaticano che di Washington. Una sorta di “revisionismo storico” meno sfacciato di chi pretende di stabilire che in fondo Hitler avrebbe sterminato “soltanto” tre o quattro milioni di ebrei (invece di sei, senza contare slavi, sinti, rom, oppositori e “antisociali” vari), ma non meno infido. Una rivisitazione della Guerra Civile che tende a riabilitare Franco come “fascista buono” (dal volto umano?), un difensore degli ebrei perseguitati, contrapposto al “fascista cattivo” Hitler. Almeno 30mila ebrei sarebbero stati salvati dall’intervento del generalissimo “Caudillo de Espana por gracia de Dios” che avrebbe agito per un senso di carità cristiana.

    Pesanti tentativi di riabilitare Franco erano apparsi sul “Sabato” all’epoca della gestione Liguori (“Straccio”, un ex di Lotta continua) e da qui erano poi filtrati in ambienti pidiessini (siamo nei primi anni novanta). Elemento comune, l’apprezzamento incondizionato (sia da parte del “Sabato” che del Pds) per la politica economica-sociale dell’allora capo del governo spagnolo, il “modernizzatore Gonzalez” – considerato – “il miglior interprete dell’ultima fase del franchismo”, uno dei garanti della transizione, ma anche della continuità. Soprattutto della continuità dei profitti delle banche. Per maggiori dettagli rimando ad un libro di Ricardo de la Cerva (ex ministro della Cultura e funzionario dell’apparato franchista). Nella sua “Storia del franchismo” il ruolo fondamentale poi assunto da Gonzales e dal PSOE nella “riforma” appare già definito e programmato almeno dal 1974 quando venne individuato dal regime come “personaggio affidabile”.
    A questa tesi potrebbe aver contribuito involontariamente anche Deaglio (altro ex di Lc) con il suo libro su Perlasca. Effettivamente il Perlasca che si prodigò coraggiosamente per salvare migliaia di ebrei ungheresi, in qualità di “console” (fittizio) di Madrid presso l’ambasciata spagnola di Budapest, era stato un ammiratore più di Franco che di Hitler e Mussolini. In tale veste era stato volontario nella Guerra Civile a fianco dei falangisti contro i repubblicani. Pensando forse che massacrare braccianti e operai in odore di anarchismo e comunismo (o indipendentisti baschi e catalani) non era poi cosa tanto riprovevole.
    Era poi significativo che un andreottiano di ferro – ma ben visto anche in ambienti neo-socialdemocratici – come Giancarlo Elia Valori (presidente della Società Meridionale Finanziaria, da sempre in buoni affari con i governi spagnoli, prima con Franco poi con Gonzalez) avesse consacrato i meriti di Franco nel “gettare le basi dell’attuale boom economico” (anni novanta, beninteso). Secondo Valori, il caudillo avrebbe “affidato molti posti di comando a elementi di primordine. Alcuni appartenevano all’Opus Dei mentre altri erano dei tecnocrati puri. Fu questa classe dirigente -proseguiva G.E. Valori – a promuovere le prime aperture economiche e a far uscire la Spagna dall’isolamento”. E con questo trovava ulteriore conferma la continuità ideale tra Franco e Gonzalez sul piano della restaurazione capitalista. Della sostanziale continuità su altri piani (negazione del diritto all’autodeterminazione, strapotere dell’apparato militare, mantenimento di metodi repressivi infami come la tortura e la guerra sporca) si è già parlato ampiamente in altre occasioni (v. “Indiani d’Europa – Euskal Herria” edizioni Scantabauchi – Raixe Venete).
    Gianni Sartori

    * Fermo restando che il fatto di essere stata in seguito adottata dall’Oas basterebbe e avanzerebbe per screditarne l’uso e l’abuso agli occhi di chi crede nel diritto dei popoli all’autodeterminazione (in questo caso gli algerini).

    **Quanto alla vicenda del“sidro Bobby Sands” (prodotto -pare- da CasaPound-Italia di Bolzano !?! Ma si può?) mi sembra che l’intervento dei Repubblicani irlandesi sia stato chiarificatore. Hanno spiegato senza mezzi termini di non aver gradito il tentativo di appropriarsi da destra (oltretutto a scopo commerciale) del nome di un martire della lotta di liberazione.

    ***E se qualche esponente del “settore destro” fosse già ai blocchi di partenza per le solite obiezioni (“…e i popoli oppressi da Stalin? E Pol Pot? E le madonne pellegrine?”)? Magari un’altra volta. Non è che uno deve sempre riscrivere la genesi del mondo. Fosse per me, effetto collaterale dei miei trascorsi giovanili (libertari e consiliari), starei sempre a occuparmi della Commune di Parigi, di Kronstadt e dell’Ucraina makhnovista, di Rosa Luxemburg e della Repubblica dei consigli in Baviera, del maggio 1937 a Barcellona, di Camillo Berneri e Francesco Ghezzi o della rivolta ungherese del 1956. Avviata, va ricordato, dall’iniziativa di un consiglio operaio in una fabbrica di lampadine di Budapest (e quindi, almeno all’origine “sovietica” o, gramscianamente “soviettista”- rileggersi Umanità Nova e l’Internationale Situationiste dell’epoca). Ma non è detto che a tutti possa interessare.

    **** Raccontano i biografi che quel giorno Franco stava a letto con il raffreddore, ma che “si alzò dal letto per correggere il bollettino di guerra che la Radio nazionale trasmetteva quotidianamente”. Firmato dal caudillo, alle 22, 30 il bollettino venne letto agli spagnolo dall’attore Fernando Fernandez de Cordoba: “Oggi, catturato e disarmato l’esercito rosso, le truppe nazionali hanno conseguito i loro ultimi obiettivi militari. La guerra e finita. Burgos, 1 aprile 1939, Anno della Vittoria”. Un macabro “Pesce d’Aprile” destinato a durare quasi 40 anni.
    ***** A tale proposito riporto quanto mi venne raccontato da un cileno di origine catalana, all’epoca rifugiato in Veneto dopo il golpe di Pinochet. Pablo Neruda ebbe un ruolo significativo nel salvataggio di alcune migliaia di antifranchisti (in maggioranza catalani ) rifugiati in Francia e che rischiavano, con l’arrivo imminente delle truppe naziste, l’estradizione nelle mani di Franco. Il poeta aveva organizzato la fuga via mare, ma al momento della partenza le autorità francesi non volevano più concedere il permesso dato che sulla nave c’erano almeno il doppio dei passeggeri consentiti (seimila invece di tremila). Allora Neruda estrasse una pistola e, ritto sul molo, se la portò alla tempia, minacciando il suicidio se non fosse salpata con tutti i rifugiati. Alla fine comunque la nave partì. Sempre secondo la mia fonte tra i passeggeri ci sarebbero stati i genitori, catalani, della futura moglie di Salvador Allende e sembra che anche la famiglia di Allende fosse di origini catalane. Singolare coincidenza: il giorno del golpe di Pinochet (appoggiato dagli Stati Uniti) e della morte di Allende fu l’11 settembre 1973. Ma l’11 settembre è anche il giorno della Diada, la festa nazionale catalana in ricordo della caduta di Barcellona nel 1714. Negli ultimi anni della sua vita Neruda fu un sostenitore entusiasta dell’esperienza del governo di Allende, anche come ambasciatore a Parigi. La sua morte avvenne nei giorni del golpe (non si esclude che sia stato assassinato dalla giunta militare), in pieno clima di feroce repressione e assunse un valore simbolico di resistenza alla dittatura e all’imperialismo statunitense.
    Altri poi hanno voluto cogliere una qualche “coincidenza sincronica”(derive complottiste ?) tra il golpe fascista appoggiato dagli Usa in Cile nel 1973 e l’11 settembre 2011.
    GS

  4. Gianni Sartori
    16 maggio 2014

    Invio questo articolo (a cui sono molto affezionato, quasi un testamento spirituale) visto che se ne parla.
 Forse non lo condividerete (o magari qualcuno lo definirà “non appropriato”, ma in ogni caso farebbe bene a leggerlo). Consideratelo un contributo (per evitare che l’indipendentismo diventi un cavallo di troia per ben altri progetti: fascisti, neoliberisti…fate voi).
    Quello delle strumentalizzazioni fasciste nei confronti di cause di sinistra (oltre all’autodeterminazione e alle lotte di liberazione dei popoli: l’antimperialismo, l’ambientalismo, l’antispecismo etc.) è un problema che, a mio avviso, andrebbe affrontato molto seriamente, non solo con dichiarazioni di principio ideologiche. Altrimenti si rischia di sottovalutarlo. 
In Francia siamo arrivati al punto che Vae Victis, un gruppo rock “identitario” collocato all’estrema destra, ha scritto una canzone sulla Commune (quella del 1871!) rivendicando i comunardi in chiave “comunitarista”. Non penso sia eccessivo considerare questi esperimenti come “l’altra faccia del revisionismo storico”.
    Personalmente ho provato a comprendere il “fenomeno” anche se, da proletario autoalfabetizzato, non sempre mi sentivo all’altezza (e anche frainteso – dai compagni, intendo).
    Resto del parere che se uno a 15-16 anni si indigna per la sorte di Bobby Sands e degli altri militanti repubblicani del 1981, anche se si definisce di destra, non è perso completamente. Forse vale la pena di spiegargli alcune cose; per esempio che una lotta di liberazione di destra è un controsenso. Magari ci ripensa.
    
Il testo era già circolato su “A” in versione ridotta e anche, provocatoriamente, su siti che si definiscono “identitari” (diciamo pure di destra) suscitando polemiche, offese e altro nei confronti del sottoscritto.
 Segno che forse avevo giusto e che comunque i fasci hanno la coda di paglia. In particolare nei commenti si cercava di smontare l’ipotesi che la “croce cerchiata delle ss francesi (quella che loro si ostinano a chiamare impropriamente “croce celtica”) fosse un richiamo al nazismo. Peccato per loro, come tale veniva rivendicata da quei neonazisti francesi (alcuni ex ss) che la riesumarono nel dopoguerra. E comunque il fatto che venisse poi utilizzata dall’OAS basta e avanza. Anche in questo, io credo, si riconosce lo “stile revisionista” con cui si minimizza la Storia e si cerca mascherare la vera natura della “peste bruna”.
    ciao
    
Gianni Sartori

    FASCISTI, TENETE GIU’ LE MANI DALL’IRLANDA !
    (Gianni Sartori)
    …dove, compatibilmente con le possibilità dell’autore, si cercherà di spiegare come la cosiddetta “croce celtica” sia stata adottata dalle formazioni di estrema destra in quanto simbolo dei collaborazionisti francesi (per cui sarebbe opportuno definirla d’ora in poi “croce cerchiata delle ss francesi”) dando nel contempo qualche indispensabile informazione sulla Resistenza all’occupazione nazista…
    L’ambigua vicenda del “sidro Bobby Sands” messo in commercio qualche fa da Casa Pound (e che provocò un duro intervento del Sinn Fein contro l’indegna strumentalizzazione), non era certo il primo tentativo di appropriazione indebita da parte dei fascisti della causa repubblicana irlandese.
    Un buon libro pubblicato nel 2010 aveva fornito ad alcuni personaggi di destra l’occasione per strumentalizzare le lotte del popolo irlandese. Si trattava de “Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese” (Castelvecchi ed.) di Silvia Calamati, Laurence McKeown e O’Hearn.
    Sciopero della fame fino alle estreme conseguenze. La forma di lotta adottata da Sands e altri nove prigionieri repubblicani, come mi spiegava nel 1986 Domhnall De Brun (insegnante di gaelico a Derry, anarchico e figlio di un internazionalista irlandese volontario in Spagna) “più che un richiamo al diritto tradizionale, rappresentava un atto politico all’interno di un processo collettivo di liberazione”. L’introduzione dell’internamento a tempo indeterminato risaliva al 1971. Nel 1976 venne revocato lo status di prigionieri politici e da quel momento i repubblicani arrestati finirono segregati nei Blocchi H. Nel 1978, vedendo lo stato di degradazione in cui vivevano, l’arcivescovo Tomàs O’Fiaich dichiarò che “lasciando da parte l’essere umano, difficilmente si lascerebbe vivere un animale in tali condizioni”. Il 27 ottobre 1980 iniziava uno sciopero della fame che, dopo una sospensione in dicembre, riprenderà nel marzo 1981. Bobby Sands muore il 5 maggio. Tra maggio e agosto del 1981 la stessa sorte toccherà ad altri nove prigionieri: Francis Hughes, Raimond McCreesh, Patsy O’Hara, Joe Mc Donnel, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Thomas McIlwee, Micki Devine. Sette hunger strikers appartenevano all’Irish Republican Army (Ira), gli altri tre all’Irish National Liberation Army (Inla). Uno dei tanti diffusori di retorica benevola sui fascisti nostrani, Nicola Rao, scrive impropriamente “Bobby Sands e dopo di lui altri 15 detenuti dell’Ira morirono di fame…”. Almeno due dati imprecisi, l’appartenenza all’Ira di tutti i prigionieri e il numero dei morti. Poco più avanti, alimentando l’equivoco sulle affinità tra neofascismo e lotta di liberazione irlandese, riporta che nel 1981“i muri di molte città italiane furono coperti da manifesti e scritte, tutti firmati rigorosamente con una croce celtica, di solidarietà e di appoggio alla causa dei repubblicani irlandesi”. Falso. Manifesti e scritte erano soprattutto di sinistra (autonomi, “Lotta continua per il comunismo” etc). Quelli di Terza Posizione (TP, estrema destra), erano firmati con la runa “dente di lupo” (detta anche “nodo di rune”). E’ disponibile in proposito un’ampia documentazione fotografica.
    La runa “dente di lupo”, di origine germanica, non celtica, esiste sia in versione verticale (in araldica) che orizzontale (quella di TP). Nella seconda guerra mondiale venne utilizzata da varie bande criminali naziste: 2° divisione SS Das Reich; 4° Divisione SS Polizei; 34° Divisione SS Volunteer Grenadier landstorm Nederland, oltre che dalla Hitlerjugend e dal NS-Volkswohlfahrt. Oltre che da TP, è stata adottata da altri gruppi neonazisti: Aktion nationale Sozialisten/nationale Aktivisten (ANS/NA); Junge Front (JF) del Volkssozialistische bewegung deutschalands (VSBD); Wiking-Jugend; Vitt Ariskit Motstand (la svedese “Resistenza Bianca Ariana”). *

    Uno dei tre autori de “Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese”, Laurence Mc Keown, è rimasto per sedici anni prigioniero a Long Kesh. Destinato a diventare l’undicesima vittima, il suo sciopero della fame si interruppe al settantesimo giorno. Quando ormai era già in coma, i familiari acconsentirono a farlo alimentare artificialmente (dopo che le richieste dei prigionieri erano state accettate nella sostanza).

    Nel 1994 lo avevo incontrato durante un dibattito organizzato dalla “Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli” (Fondazione Lelio Basso). Aveva spiegato che “sarebbe praticamente impossibile capire perché siamo arrivati a questa decisione senza conoscere cosa era accaduto a Long Kesh nei cinque anni precedenti. Le condizioni dei prigionieri erano brutali e nessuna forma di protesta sembrava in grado di modificarle. Vedere con i nostri occhi la dura repressione subita dai detenuti non faceva altro che rafforzare le nostre convinzioni. Dato che il governo britannico tentava in tutti i modi di criminalizzarli, di farli apparire come delinquenti comuni “dovevamo ribellarci per dimostrare che le nostre scelte e le nostre azioni erano politiche, non criminali”. Una decisione che non fu certo presa alla leggera. “Per quanto mi riguarda -aveva concluso – ero ben consapevole che questo sciopero sarebbe stato portato fino alle estreme conseguenze. Mettendo il nostro nome nella lista dei volontari non sapevamo quando sarebbe venuto il nostro turno, chi sarebbe morto e chi sarebbe sopravvissuto…”.
    I tentativi della “nuova destra” di appropriarsi della lotta di liberazione nazionale del popolo irlandese non si esaurirono nel 1981. E’ noto che alcuni neofascisti (Walter Sordi, Enrico Tommaselli…) vennero arrestati con in casa manifesti e giornali repubblicani (“An Phoblacth”) e libri su Bobby Sands. Sdoppiamento della personalità o semplice confusione ideologica? ** Nelle loro latitanze britanniche venivano aiutati da elementi del National Front (partito razzista di estrema destra) sostanzialmente schierato con le squadre “lealiste”, protestanti-filoinglesi, quelle che periodicamente si rendevano responsabili di omicidi settari nei confronti di qualche cattolico. Inoltre i “lealisti” erano in ottimi rapporti anche con la Ruc (Royal Ulster Constabulary), la polizia nordirlandese che forniva gli elenchi dei sospetti militanti repubblicani da eliminare. I legami tra l’estrema destra inglese (oltre al Nf, il British National Party, il Greater British Movement, la League of St. George e C18) e l’estrema destra protestante dell’Ulster si resero evidenti il 15 febbraio 1995, a Dublino, durante un’amichevole tra le nazionali di calcio di Inghilterra e Irlanda. La partita si svolse tra saluti nazisti, slogan contro l’Ira e cori contro gli accordi di pace. Si concluse con lanci di oggetti contro il pubblico irlandese e violenti scontri. Bilancio: una cinquantina di feriti e la morte di un tifoso irlandese. Molti hooligans, i tifosi britannici più esagitati, facevano parte di organizzazioni neonaziste (compresa C18; C per Combat, mentre il numero indica la prima e l’ottava lettera dell’alfabeto, le iniziali di Adolf Hitler). Ma, oltre alle organizzazioni britanniche, i “lealisti” nordirlandesi ne frequentavano anche altre di estrema destra. Esistono prove fotografiche di miliziani dell’Ulster volunteer force (Uvf) presenti a qualche manifestazione in Belgio insieme a neonazisti fiamminghi e a quelli francesi di Ordre Nouveau.
    LA CROCE CERCHIATA DELLE SS FRANCESI
    Riconoscibili questi ultimi perché usavano la cosiddetta (tre volte cosiddetta quando è quella adottata dai fascisti) “croce celtica”. In realtà il simbolo (denominato “celtica” solo in epoca recente, non alle origini) ricorda una runa (anche se i neofascisti lo escludono) e venne utilizzato come mostrina dalla “Compagnia Flack” (o meglio: una delle compagnie denominate Flack, antiarea) formata da francesi collaborazionisti integrati nella brigata, poi divisione, Charlemagne durante la seconda guerra mondiale. Insisto: sarebbe più corretto denominarla “croce cerchiata delle ss francesi”. Nessuna parentela con le vere croce celtiche che svettano sulle antiche tombe irlandesi (espressione di un sincretismo tra cristianesimo e religione tradizionale gaelica) e anche su molte tombe di volontari dell’Ira e dell’Inla morti in combattimento.
    Utilizzata dal Fronte della gioventù (Fdg) negli anni settanta, ben sapendo quale fosse il riferimento al nazismo e al collaborazionismo (un simbolo di continuità), venne proibita dallo stesso leader del MSI, Giorgio Almirante.
    In Italia la “croce cerchiata delle ss francesi” era stata adottata nei primi anni sessanta da Giovane Europa (in precedenza Giovane Nazione), filiale italiana del movimento Jeune Europe (in precedenza Jeune Nation) fondato da Jean Thiriart che aveva combattuto nelle waffen-ss . A questo movimento, nel 1963, aderirono un gruppo di missini fiorentini (Attilio Mordin, Franco Cardini, Marco Bersacchi, Amerino Griffini…) e qualche ordinovista (Massimo Marletta…). In quello che sembra un attacco di autorevisionismo, uno dei soci fondatori sosteneva che fu per “allontanarsi dalla lugubre e bellicosa simbologia neofascista e neonazista” (…e per questo adottavano un simbolo delle waffen ss?!?). In realtà sembrerebbe piuttosto un modo per rivendicare proprio quelle origini, quella appartenenza, senza insospettire l’opinione pubblica e nel contempo strizzare l’occhio agli iniziati. In precedenza il simbolo sarebbe stato inalberato dalle italiche Formazioni Nazionali Giovanili. Sempre di destra, ovviamente. Attorno al 1975 venne sistematicamente adottato dalle organizzazioni giovanili missine (Fdg e Fuan), mentre qualche anno prima i rautiani lo avevano proposto al MSI con l’aggiunta di una fiamma tricolore sullo sfondo.
    Cardini suggeriva un legame anche con la “francisca” stilizzata del Parti populaire francais (PPF ) di Jacques Doriot. Facendo il finto tonto, lo storico sorvola sul fatto che la Francisque nella versione bipenne, con lame tricolori e manico costituito dal baton de marèchal (quello di Petain, ovviamente) venne prescelta come emblema del regime collaborazionista di Vichy. Nelle intenzioni, forse, avrebbe dovuto ricordare l’iconografia dei fasci littori mussoliniani. E di sicuro non venne adottata per caso come logo da Ordine Nuovo (quello italico, mentre i loro omologhi francesi di Ordre Nouveau usavano, come già detto, la “croce cerchiata delle ss francesi”). Per gli amanti della storia, va ricordato che la “francisca” era la scure da lancio dei germani occidentali (in pratica un grande tomahawk), introdotta in Gallia dai Franchi (così chiamati, pare, dal nome dell’arma e non viceversa), da cui il nome Francia. Fermo restando che i Franchi erano “germani” e non “celti”, come invece i Galli. Nessuno metterebbe in discussione il fatto che i celti britanni furono invasi dai germanici angli e sassoni. Analogamente, dopo quella romana, i celti della Gallia subirono l’invasione di varie popolazioni germaniche.*** La più duratura fu quella dei Franchi, definitivamente consolidata con Clodoveo, Carlo Martello e Carlo Magno.
    Mentre le vere croci celtiche testimoniano della relativamente pacifica diffusione del cristianesimo tra le popolazioni irlandesi, il Carlomagno è passato alla storia per aver sterminato alcuni popoli (come i Sassoni) che non volevano convertirsi al cristianesimo. E sorvoliamo su Roncisvalle, sacrosanta ritorsione dei Baschi al saccheggio di Irunea (Pamplona) operato dai soldati di Carlomagno. Altro che “paladini della cristianità” contro i musulmani (che a Roncisvalle non c’erano proprio). Ma questa è un’altra storia. Così come sarebbe un’altra storia il ruolo dei fascisti italiani nelle squadre della morte parastatali (Ate, Battaglione vasco-spagnolo, Gal…) contro la sinistra indipendentista basca. Sia in epoca franchista che dopo.****
    Tornando a Cardini, lo storico fiorentino ammetteva, bontà sua, “un legame sentimentale con il fascismo letterario francese, ma – minimizzava – si tratta di quello a cui aderì Pierre Drieu la Rochelle”. Anche se gli dobbiamo qualche buona lettura (La Valise Vide e Adieu à Gonzague dedicati al dadaista Jacques Rigaut) il poeta e scrittore Drieu è passato alla storia soprattutto in quanto collaborazionista dei nazisti. Definirlo, come si inventa Cardini “molto vicino all’estrema sinistra” è demenziale, oltre che vergognoso. Basti ricordare che nell’ottobre del 1941, insieme a Brasillach, Chardonne, Jouhandeau e altri scrittori francesi, Drieu la Rochelle accolse l’invito di Goebbels e prese parte ad un “Congresso degli intellettuali europei” in Germania. L’incontro si concluse con una visita-premio alla Cancelleria del Reich. Nel 1945, arrestato dalla Resistenza francese, l’autore di Socialisme fasciste, preferì il suicidio alla fucilazione (tentando forse di imitare il gesto di assoluta ribellione compiuto da Rigaut nel novembre 1929).

    “CHANTEZ, COMPAGNONS, DANS LA NUIT LA LIBERTE’ NOUS ECOUTE”
    Scrivendo queste righe non vorrei aver dato l’errata impressione che la terra di Vercingétorix, Saint-Just e Louise Michel abbia contribuito ad alimentare il fascismo in proporzioni analoghe a quanto seppero fare Italia e Germania. In verità la resistenza del popolo francese contro le truppe tedesche di occupazione fu immediata, estesa e ampiamente condivisa, nonostante gli inevitabili casi di collaborazionismo.
    E la repressione, ovviamente, fu durissima. Sia nella Francia occupata che nella zona detta “libre” governata dai collaborazionisti Pétain e Laval. Inoltre Alsazia e Lorena vennero annesse al Reich, mentre il Nord e Pas-de-Calais erano controllate direttamente dal comando tedesco di Bruxelles e all’interno della zona occupata lungo le coste e le frontiere si instaurava una ulteriore zone interdite.

    Tra i tanti massacri di cui si resero responsabili i nazisti e le milizie collaborazioniste, risalta per efferatezza quello dei “50 otages”, ricordati dall’omonimo monumento sull’Erdre a Nantes. Qui 48 francesi subirono la fucilazione per ordine di Adolf Hitler e del generale Otto vons Stuelpnagel, comandante del “gross Paris”, come rappresaglia per l’uccisione del tenente colonnello tedesco Karl Hotz avvenuta il 20 agosto 1941 in place Louis XVI davanti alla Kommandantur. *****
    La lista degli ostaggi venne preparata dall’Alto comando tedesco insieme ai dirigenti francesi collaborazionisti. Il ministro dell’Interno di Pétain, Pierre Pucheu, presentò una lista di 200 nomi di presunti comunisti internati nel campo di concentramento di Chateaubriant a cui il generale von Stuelpnagel aggiunse i nomi di alcuni esponenti della resistenza nantese. A Nantes, la Gestapo e la polizia francese collaborazionista rastrellavano da tempo decine di persone (giovani comunisti e socialisti, sindacalisti cattolici, membri della Jeunesse Ouvrière Catholique, senza partito…) per rinchiuderle nel campo di Chateaubriant. Il gruppo definitivo dei 50 ostaggi sarà composto da 27 comunisti, 18 resistenti detenuti a Nantes (prigione des Rochettes, prigione Lafayette…) e 5 nantesi incarcerati a Parigi.
    Il 22 ottobre del 1941, rifiutando di essere bendati, gli ostaggi vennero fucilati a gruppi di quattro; la maggior parte nel “champ de tir du Béle” di Nantes, altri nella cava della Sablière (all’uscita da Chateaubriant) e cinque al Mont-Valérien (Parigi) dove la medesima sorte era toccata il 29 agosto all’ufficiale di marina Honoré d’Estienne d’Orves e dove verrà giustiziato, il 15 dicembre, anche il giornalista comunista Gabriel Péri.
    Per un disguido nel coordinamento tra i servizi segreti, due ostaggi scamparono all’esecuzione.
    Una successiva esecuzione di altri 50 ostaggi, già prevista, venne sospesa per ordine di von Stuelpnagel preoccupato per l’indignazione suscitata in tutta la Francia. Negli stessi giorni altri cinquanta ostaggi venivano passati per le armi a Bordeaux come rappresaglia per un attentato.
    Sempre al Mont-Valérien, il 17 aprile 1942 vennero fucilati 23 resistenti dei Bataillons de la Jeunesse, giovani comunisti arrestati dalla polizia francese collaborazionista e consegnati ai tedeschi. Una loro compagna, Simone Schloss, in quanto donna venne invece decapitata il 2 luglio. Iniziato il 7 aprile alla Maison de la Chimie, il processo si era concluso con la richiesta di 26 condanne a morte. Uno degli imputati venne giudicato passibile soltanto della prigione in quanto non ancora sedicenne, ma suo padre e suo fratello vennero considerati otages e fucilati. Il verdetto venne salutato con favore dalla stampa collaborazionista che in precedenza aveva ripetutamente insultato gli accusati. Gli stessi giornali su cui scrivevano Drieu la Rochelle, Chardonne, Jouhandeau e Céline. Quanto a Robert Brasillach, divenne direttore di uno dei giornali riapparsi con la loro vecchia testata, ma ora al servizio dei tedeschi. Altri direttori di giornali collaborazionisti furono Marcel Déat, Jacques Doriot, Jean Luchaire, Lucien Rebatet… Tutti complici dell’occupante nazista che intanto applicava anche in Francia la “soluzione finale” per gli ebrei. A Parigi il 16 e il 17 luglio 1942 (la rafle du Vel’ d’Hiv’) alle quattro del mattino, circa 13mila ebrei vennero arrestati dalla polizia francese (e non dalla sola Gestapo come si cercò poi di far credere). Radunati al “vélodrome d’hiver”, vennero inviati in Germania per finire nei campi di sterminio.
    Per “mantenere l’ordine interno”, il 31 gennaio 1943 Pierre Laval battezzava la Milice francaise (una derivazione del Service d’ordre légionnaire creato nel 1941) guidata da Joseph Darnand. Nel 1942 erano stati costituiti il Service de police anti-communiste (SPAC), il Service de police des sociétés secrétes (SSS) e la Police aux questions juives (PQJ).
    Decisamente collaborazionisti furono anche il Partit populaire francaise (PPF) di Jacques Doriot e il Rassemblement national populaire (RNP) di Marcel Déat che il 5 agosto 1941 crearono una Légion des volontaires francais contre le bolchevisme per inviare combattenti sul fronte dell’Est a fianco dell’esercito tedesco. Alcuni tra i maggiori esponenti del collaborazionismo filonazista (Darnand, Déat, Fernand de Brinon, Bridoux…) costituirono a Sigmaringen una Commission gouvernementale per sorvegliare, per conto dei tedeschi, l’operato di Pétain. Dei quattro citati soltanto Bridoux riuscì a evitare il plotone di esecuzione dopo la Liberazione.
    Il 15 gennaio 1943 si apriva il “processo dei 42”. Temendo di alimentare ulteriormente lo sdegno con cui l’opinione pubblica aveva reagito alle fucilazioni del 1941, sia il governo servile e collaborazionista di Vichy (guidato dal marèchal Pétain) che gli occupanti tedeschi cercarono di dare una qualche legittimità a questo ennesimo massacro. Alcuni dei 143 arrestati vennero rilasciati, altri deportati, mentre 45, accusati di essere francs-tireurs e membri di un’organizzazione comunista, compariranno davanti al tribunale militare tedesco di Nantes. Il verdetto (37 condanne a morte) viene reso pubblico il 28 gennaio. Alla lettura della sentenza Henri Adam intonò la Marseillaise ripresa con vigore da tutti i condannati. Il giorno dopo (senza attendere il ricorso degli avvocati) al champ de tir du Béle vennero fucilati i primi nove prigionieri poi sepolti a Sautron.
    Il 13 febbraio 1943 altri 25 dei condannati del 28 gennaio vennero giustiziati, mentre gli ultimi tre (Le Paih, Brisson e Coiffé) cadranno sotto i colpi di un plotone di esecuzione tedesco il 7 maggio.
    In agosto è la volta di Marcel Hatet, morto per le torture subite nell’hotel de Charette, place Louis XVI, a Nantes. Nel gennaio 1943 era stato invece decapitato in una prigione tedesca (a Colonia) il religioso Jean-Baptiste Legeay, condannato a morte con 27 bretoni nel luglio dell’anno precedente.
    Contemporaneamente a quello dei “42”, un processo analogo si era svolto a Rennes contro 29 comunisti guidati da Edouard Hervé, fratello di Raymond. Entrambi verranno fucilati a circa un mese di distanza l’uno dall’altro.
    In piena occupazione tedesca di Parigi, il poeta armeno Missak Manouchian, ex operaio alla Citroen, venne incaricato dalla Internazionale comunista di costituire un gruppo clandestino nella capitale. Ne faranno parte giovani polacchi, ungheresi, italiani, cechi, spagnoli, rumeni. Dopo una prima fase dedicata alla distribuzione di volantini contro traditori e collaborazionisti, il gruppo (definito a posteriori un “fronte popolare di immigrati”) iniziò a colpire direttamente le truppe di occupazione. Di questi resistenti (oltre a Manouchian, Simon e Marcel Raynan, Thomas Elek…) 22 verranno fucilati al Monte-Valérien il 21 febbraio 1944. Quindici giorni dopo una donna membro del gruppo sarà decapitata a Stoccarda.
    Come hanno ricordato Ramòn Chao e Ignacio Ramonet (Guide de Paris rebelle, Plon 2008) dal febbraio 1999 in rue Groupe-Manouchian 36 (Parigi, 20° arrondissement) è possibile leggere il “Manifesto rosso”scritto da Louis Aragon per celebrare questi martiri della Resistenza. Il nome deriva dal manifesto rosso (stampato in più di 15mila esemplari) affisso sui muri di Parigi il 1 marzo 1944 dalla propaganda nazista dove i partigiani fucilati venivano definiti “armèe du crime”.
    Sulla vicenda della 35° Brigata Ftp-Moi (Francs-Tireurs et Partisans-Main-d’Oeuvre Immigrée) Marc Levy, figlio di un esponente della brigata, ha scritto “I figli della libertà” (Rizzoli, 2008).
    Da Lucie Aubrac a France Bloch-Sérazin (decapitata il 12 febbraio 1943 a meno di 30 anni), da Charles Tillon alle deportate nacht und nebel Charlotte Delbo (arrestata dalla polizia francese collaborazionista nel 1942) e Germaine Tillion…, è una lista infinita quella dei cittadini francesi appartenenti al “peuple de la nuit” che osarono ribellarsi in nome della loro coscienza contro l’ordine imposto dagli invasori nazisti. Basti pensare a Jean Moulin, presidente del Consiglio nazionale della Resistenza e Compagnon de la Libération, torturato e assassinato dai nazisti nel 1943; a Bertie Albrecht già sostenitrice del Fronte popolare. Arrestata una prima volta nel 1942, riuscì ad evadere, ma venne nuovamente catturata nel maggio 1943 e morì nel carcere di Fresnes dopo essere stata torturata; allo studente Libertaire Rutigliano, torturato e assassinato sotto gli occhi del padre, nella sede della Gestapo in Place Marèchal Foch, a Nantes (aprile 1944).
    Victor Basch, presidente della “Ligue des droits de l’homme”, presidente del “Comité pour le Rassemblement populaire” (da cui nacque il “Front Populaire”), venne assassinato con la moglie il 10 gennaio 1944 da alcuni miliziani collaborazionisti (tra cui Lécussan) della Milice francaise. In quanto ebreo e “franc-macon”, Basch rappresentava una sintesi di quanto i nazisti e i loro servi- come appunto i già citati Drieu la Rochelle e Brasillach – odiavano maggiormente. Vittime della stessa organizzazione collaborazionista fondata da Laval, anche Maurice Sarraut, l’ex ministro Jean Zay e George Mandel.
    Tra i criminali di guerra nazisti si distinse un ufficiale della Gestapo, Klaus Barbie (il “macellaio di Lione”) responsabile della morte di centinaia di ebrei e partigiani. Dopo la guerra fuggì in Sudamerica dove collaborò con vari regimi e con la CIA (avrebbe avuto un ruolo non secondario nella cattura di Ernesto Che Guevara) fino a quando nel 1983 non venne estradato in Francia e condannato all’ergastolo.
    Rappresaglie ed esecuzioni sommarie, opera sia dei tedeschi che dei collaborazionisti (polizia di Vichy, Milice e Franc-gardes) aumentarono man mano che i nazisti perdevano terreno, soprattutto dopo l’ordine di ripiegamento del 6 giugno 1944. Degli oltre 65mila deportati francesi non-ebrei (in gran parte politici, identificati dal triangle rouge) meno della metà fece ritorno in Francia
    Non mancarono poi stragi indiscriminate in stile Marzabotto. Nel giugno del 1944 a Oradour-sur-Glane la divisione SS Das Reich (nel tentativo di riprendere il controllo della Normandia) fece radunare tutti gli abitanti nella piazza. Centinaia di civili (in gran parte donne e bambini, anche una famiglia di emigrati dal padovano) vennero rinchiusi nella chiesa poi data alle fiamme. Chi tentava di scappare veniva mitragliato. Bilancio: 642 morti, la maggior parte carbonizzati.
    Mentre nel Vercors (luglio del 1944) era in corso una dura battaglia tra circa 8mila maquisards e più di 30mila tedeschi, coadiuvati dalle milizie collaborazioniste di Darnand, le SS distrussero Vassieux massacrando un’ottantina di abitanti . Qualche giorno dopo i nazisti scoprirono alcuni sopravvissuti nascosti in una grotta e completarono l’opera. Tra le vittime anche un gesuita e due medici che curavano i feriti.
    Nel febbraio 1945 i combattenti francesi guidati da De Lattre entreranno nel “campo di rappresaglia” di Struthof (nei Vosgi) completamente vuoto. In quello che sarà definito “l’enfer de l’Alsace” erano stati sterminati migliaia di resistenti.
    Come antidoto ai “legami sentimentali con il fascismo francese” rivendicati da qualche esponente nostrano della “Nuova Destra”, direi che può bastare.

    UN SIMBOLO DEI COLLABORAZIONISTI
    E’ possibile che la “croce cerchiata delle ss francesi”, adottata nel 1944 come mostrina speciale per la “Compagnia Flak”, venisse scelta in quanto “simbolo imperiale” usato prima da Costantino e poi da Carlomagno. Quindi, volendo cavillare, di origine o romana o germanica, non celtica. Comunque ottimo per il Terzo Reich!
    La “Compagnia Flack” (composta da volontari francesi delle waffen-ss) era una unità della Charlemagne quando questa era ancora una brigata (in seguito divenne una divisione). La Flack venne impiegata a Monaco nella difesa contraerea e la Charlemagne combatté a Berlino attorno al bunker di Hitler. A voler essere pignoli, non è il simbolo in quanto tale ad essere scippato, ma la sua denominazione. Chiamarla “celtica” rappresenta un mascheramento sulla sua vera origine, oltre che un’offesa nei riguardi dei Celti. Brave persone, tutto sommato, in quanto si opposero valorosamente all’imperialismo romano (gli statunitensi di allora).
    Chi ha scelto quel simbolo (ribadisco: la “croce cerchiata delle ss francesi”, abusivamente chiamata “celtica”) sapeva bene cosa rappresentava! Con il precedente storico della Charlemagne posta a difendere il bunker di Hitler, appare chiaro perché nell’immediato dopoguerra diventasse l’emblema preferito delle organizzazioni francesi neonaziste e neofasciste che, idealmente, da quel bunker intendevano ripartire. Un ex appartenente alla Charlemagne, René Binet, editore del bollettino Le combattant europeèn (esplicito richiamo alla pubblicazione dei volontari francesi nelle SS) e di testi apertamente razzisti come Thèorie du racisme e Contribution à une èthique raciste, lo riesumò per identificare alcuni movimenti via via fondati. Nel 1946 il Parti republicain d’union populaire e successivamente l’ambiguo (anche nel nome) Mouvement socialiste d’unité francaise sciolto nel 1949 per “incitamento alla violenza razzista”. Nello stesso anno divenne il logo di Jeune Nation. Fondata dai fratelli Sidos, Jeune Nation propugnava uno stato totalitario inspirato al fascismo e si distinse per le sue spedizioni squadristiche contro le sedi dei partiti di sinistra. Negli anni cinquanta rappresentò l’approdo di molti veterani della guerra coloniale di Indocina. Venne sciolta dal governo nel 1958 dopo un attentato contro l’Assemblea Nazionale. Il simbolo venne utilizzato anche in Belgio dal Pnf. In Francia venne ripreso dal Parti Nationaliste costituito nel 1958 dai reduci di J.N. e in seguito dal Front de l’Algerie francaise e dal Front national pour l’Algerie francaise sotto la guida di Jean- Marie Le Pen. La maggior parte degli aderenti entrerà poi nell’Organisation de l’armèe secrète (Oas), l’organizzazione dei pieds-noirs, i coloni francesi in Algeria. Il gruppo terroristico, contrario alla decolonizzazione, venne fondato a Madrid nel 1961 da Jean-Jacques Susine e Pierre Lagaillarde. Passerà alla storia, tra gli altri misfatti, per il putsch d’Algeri (v. il generale Salan). Ogni slogan tracciato dall’Oas sui muri di Algeri era regolarmente accompagnato dalla “croce cerchiata delle ss francesi”. A causa degli attentati dell’Oas, tra il maggio 1961 e il settembre e il settembre 1962, vennero uccise circa 2700 persone, di cui 2400 erano algerini. Da una costola dell’Oas nacque a Lisbona l’Aginter Press che operò soprattutto in Africa inviando fascisti francesi, belgi e italiani (tra cui Concutelli) e agenti segreti (portoghesi e statunitensi) in Congo, Angola e Namibia (invasa dall’esercito del Sudafrica che vi aveva introdotto l’apartheid) contro le lotte di liberazione di Frelimo, Paigc, Anc, Mpla, Swapo…
    In collaborazione con la CIA e con il regime portoghese, l’Aginter Press si rese responsabile nel 1969 dell’assassinio di Eduardo Chivambo Mondlane, presidente del Frente de Libertacao de Mocambique (Frelimo) e nel 1973 di quello di Amilcar Cabral, segretario generale del Partido Africano da Independencia da Guiné Bissau e Cabo Verde (PAIGC). Dopo il 1975, miliziani europei presero parte ai massacri operati dall’esercito di Pretoria in Namibia e Angola e non si esclude una partecipazione dell’Aginter Press all’assassinio delle esponenti antiapartheid Ruth First e Janette Curtis (entrambe con un pacco-bomba) che si erano rifugiate, rispettivamente, in Mozambico e Angola. Come è noto l’Aginter Press svolse un ruolo non indifferente nella “strategia della tensione” che insanguinò l’Italia da Piazza Fontana in poi.
    Intanto nell’Esagono il controverso simbolo veniva ereditato da Ordre Nouveau. Attualmente quella che andrebbe sistematicamente definita “croce cerchiata delle ss francesi” viene chiamata Keltenkreuz (“croce celta”) dai gruppi tedeschi che la utilizzano al posto della svastica con l’aquila nazista sovrapposta. Esistono poi altre denominazioni, più o meno pittoresche e new age. Per quanto mi riguarda, ripeto, l’autentica “croce celtica”, è solo quella storica di cimiteri, chiese, manoscritti e murales irlandesi.
    Nelle manifestazioni di Forza Nuova (erede di Terza Posizione ?) sono ricomparsi altri simboli inseriti nel cerchio bianco della bandiera rossa (identica a quella nazista e a quella dei razzisti sudafricani con svastica a tre braccia). Oltre alla “croce cerchiata delle ss francesi” sono state riesumate la runa “dente di lupo” (wolf sangel) già usata da Tp e quella adottata da Avanguardia nazionale (l’organizzazione di Stefano Delle Chiaie). Il simbolo di Avanguardia nazionale sarebbe la “runa Othala” (Runa di Odal, Odalrune, di matrice scandinava, non celtica). Nell’originale, un rombo con i lati inferiori allungati. I seguaci di Delle Chiaie la disegnavano con i lati inferiori allungati e ritorti, nella versione già utilizzata dalle Waffen-ss “SS Gebirg-Division Prinz Eugen”, mentre i fascisti cileni degli anni settanta (quelli che favorirono il golpe di Pinochet) la utilizzavano nella forma originale.
    Una runa identica a quella di Avanguardia nazionale, ma rovesciata con le punte verso l’alto, identificava il Rassemblement national populaire (RNP) di Marcel Déat (fucilato dopo la Liberazione) quello stesso che, insieme a Jacques Doriot del Parti populaire francais (PPF, v. l’osservazione di Cardini sulla “francisca”), costituì nell’agosto 1941 la Légion des volontaires francais contre le bolchevisme. Come ho detto, anche l’ascia bipenne adottata da “Ordine Nuovo” (Rauti, Signorelli, Concutelli) era un simbolo del collaborazionismo francese (identica a quella del maresciallo Petain e di Vichy), sebbene gli ordinovisti cercassero di nobilitarla con richiami agli etruschi o all’antica civiltà cretese. Probabilmente, vietati l’uso della svastica e del fascio littorio, i nostalgici nostrani ricorrevano ad una forma di mimetismo (camouflage) prendendo in prestito la simbologia dei loro camerati d’oltralpe. L’origine di questa importazione andrebbe cercata nei rapporti tra neofascismo italiano e gruppi della destra francese (oltre a Jeune Europe anche Lutte du Peuple), specializzati nell’opera di “intossicazione” a sinistra usando la carta dell’antimperialismo e della liberazione nazionale. Niente male per gente che aveva collaborato con l’OAS contro gli indipendentisti algerini!
    FASCISTI CON “AL KATAEB”
    Stando a quanto scrivono gli interessati, negli anni settanta alcuni esponenti di Jeune Europe sarebbero andati in Libano per combattere a fianco dell’OLP. Invece, come è noto, i fascisti italiani (non solo quelli dei NAR, i Nuclei armati rivoluzionari, di estrema destra, legati ai servizi e, forse, braccio armato della P2) in genere si schieravano con al-Kataeb (la Falange), il partito dei maroniti di destra, fondato nel 1936 da Pierre Gemayel al suo ritorno da un viaggio nella Germania nazista. Secondo Stuart Christie (“Stefano delle Chiaie – Portrait of a black terrorist“, anarchy magazine/refract publications, London 1984) avrebbero preso parte ad azioni contro i palestinesi (viene citato Walter Sordi). Mario Caprara e Gianluca Semprini, autori di “Destra estrema e criminale” (Newton Compton ed. 2009), nel capitolo dedicato ad Alessandro Alibrandi, riportavano un’intervista di Panorama a Signorelli, scomparso qualche anno fa. Secondo Signorelli: “i valorosi camerati italiani hanno aiutato la milizia di Gemayel combattendo al loro fianco nella battaglia di Tel Znatar (sic)”.
    E’ possibile che i due autori abbiano fatto un po’ di confusione e citato l’intervista sbagliata. Probabilmente Signorelli parlava degli avvenimenti di Tel al Zaatar (nel settore cristiano di Beirut) che risalgono al 12 agosto 1976. All’epoca dell’intervento militare della Siria in Libano (in favore dei falangisti) Alibrandi si trovava ancora in Italia. Comunque, più che di una battaglia bisognerebbe parlare di assedio (durato 52 giorni) e di un brutale massacro. Anche nei confronti dei feriti, nonostante l’intervento della Croce Rossa. A Tel al Zaatar l’esercito siriano (penetrato in Libano nel giugno 1976) si comportò come qualche anno dopo quello israeliano a Sabra e Chatila, con un ruolo di copertura e appoggio ai miliziani maroniti cui toccò il lavoro sporco. Resta l’incertezza sul numero esatto delle vittime, da 1500 a 3000. Con i falangisti, oltre ai neofascisti italiani, militanti francesi dei Groupes d’Action Jeunesse, spagnoli di Fuerza Jòven, fiamminghi del Vlaamsa Militantenorde (Vmo) e tedeschi di estrema destra dell’organizzazione di Karl Heinz Hoffman. Dalla parte dei palestinesi, baschi e irlandesi, presumibilmente legati all’Eta e all’Ira. Durante l’operazione “Pace in Galilea” alcuni combattenti irlandesi vennero catturati dall’esercito israeliano e consegnati alla Corona britannica.
    Molti repubblicani irlandesi avevano combattuto nelle Brigate Internazionali durante la Guerra Civile spagnola. Alcuni sono ricordati nella lapide per i caduti della battaglia di Brunete (8-9 luglio 1938), altri (come Tommy Patten, caduto a Madrid verso la fine 1936, quasi contemporaneamente a Buenaventura Durruti) al memoriale dell’isola di Achill in Irlanda. Quanto alla partecipazione di alcuni irlandesi alla Guerra di Spagna dalla parte dei franchisti (spinti dalle prediche di qualche prete esaltato che vedeva in Franco un “crociato” della religione cattolica), non è mai stata rimossa dal Movimento repubblicano, ma sicuramente denigrata e combattuta. Basterebbe riascoltare la canzoni di Christy Moore “Viva la Quinta Brigada!”. Parlando dei volontari nelle Brigate Internazionali ha scritto:
    “Vennero per resistere accanto al popolo spagnolo,
per cercare di spezzare la marea montante fascista. 
Gli alleati di Franco erano i ricchi e i potenti,
gli uomini di Frank Ryan vennero dall’altra parte

. Anche le olive sanguinavano
 mentre la battaglia di Madrid stava infuriando.
 Verità e amore contro la forza del male,
fratellanza contro la cricca fascista. 

Viva la Quinta Brigada,
“No pasarán” era l’impegno che li faceva combattere
“Adelante” è il grido intorno alle colline,
 ricordiamoli tutti stasera”.
    Mentre più avanti così si esprime nei confronti dei filo-fascisti:“ Altri irlandesi risposero all’appello di Franco 
e si unirono a Hitler e anche a Mussolini. La propaganda dal pulpito e dai giornali 
aiutò O’Duffy ad arruolare la sua ciurma

. Da Maynooth venne lo slogan: “Aiutate i nazisti”
e il clero ne fece un’altra sbagliata
 quando i vescovi benedissero le Camicie Blu a Laoghaire
 mentre salpavano per la Spagna sotto la svastica”.
    Per concludere: “Questa canzone è un tributo a Frank Ryan, 
a Kit Conway e anche a Dinny Coady, 
a Peter Daly, Charlie Regan e Hugh Bonar
anche. Se tanti morirono, ne so nominare solo pochi. 

Danny Boyle, Blaser-Brown e Charlie Donnelly, 
Liam Tumilson e Jim Straney da Falls Road, 
Jack Nalty, Tommy Patton e Frank Conroy
, Jim Foley, Tony Fox e Dick O’Neill”.

    Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Irish Republican Army addestrava militarmente, contro gli inglesi, gli ebrei scampati all’Olocausto. Tutto questo va ribadito per ridimensionare l’entità, ampiamente sovradimensionata dalla destra, sui rapporti (in chiave anti-inglese) intercorsi tra alcuni elementi repubblicani e i servizi segreti tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Due esponenti dell’Ira, catturati dai franchisti mentre combattevano con le Brigate internazionali, sarebbero stati rimpatriati grazie all’intervento tedesco (forse con un sommergibile). Alcune azioni dell’Ira a Londra durante la “battaglia d’Inghilterra” hanno alimentato l’ipotesi di una possibile collaborazione con la Germania.
    L’ossessione di certa destra (da On a Tp, fino a Forza nuova) di accreditarsi nei confronti delle lotte di liberazione nazionale è stata, in genere, mal corrisposta. Ancora nel 1985, avevo chiesto a Bernadette Devlin la sua opinione in merito alla simpatia dimostrata dalla cosiddetta “destra radicale” per la causa irlandese. Mi rispose che “di sicuro sono simpatie a senso unico”.
    Con la presentazione ufficiale del libro di Calamati, McKeawn e O’Hearn sotto le insegne del Parlamento europeo la vecchia questione era tornata di attualità. A fare gli onori di casa la vicepresidente del Parlamento europeo, Roberta Angelilli, in gioventù vicina a Terza Posizione, poi Segretaria del Fronte della gioventù e deputata europea di An dal 1994. Angelilli era grande amica di Andrea Insabato, il personaggio che il 22 dicembre 2000 rimase ferito nell’esplosione della propria bomba davanti alla redazione de il Manifesto sulle scale della vecchia sede di via Tomacelli.
    Un episodio che evocava un altro attentato fascista dell’aprile1973. Nella toilette del treno, il sanbabilino Nico Azzi (con doppia militanza: Msi e “La Fenice” di Rognoni, legata a ON) si fece esplodere un ordigno tra le gambe. Non prima di essersi fatto notare in giro per il treno con Lotta continua in mano. Ai suoi funerali, nel 2007 in Sant’Ambrogio di Milano, erano presenti sia Forza Nuova che i fratelli Larussa.
    Durante la sua permanenza al Policlinico Gemelli e in carcere (molto breve, anche perché quelli del Manifesto, forse mossi a compassione, non si costituirono parte civile), Insabato ha scritto un memoriale dove trova il tempo per vantarsi delle sue “duecento conquiste di letto”. Numerose, precisa, anche durante la latitanza londinese (vedi sopra).
    Il “paladino di Dio” (per autodefinizione) ricordava affettuosamente l’amica Roberta Angelilli, la sua “prima tifosa di tutte le udienze” nei processi che lo vedevano imputato in quanto esponente di Terza Posizione (capozona alla Balduina).
    L’Angelilli è nota per aver definito i partigiani “assassini”, non riuscendo evidentemente a cogliere l’analogia tra la lotta di liberazione del 1943-45 contro i nazisti e quella irlandese contro l’occupazione britannica (e nemmeno l’analogia tra i collaborazionisti fascisti repubblichini e quelli “lealisti” protestanti). Dal libro di Caldiron “La destra plurale” (manifestolibri 2001), si ricava che porta al collo una “croce cerchiata delle ss francesi”. D’argento, noblesse oblige.
    L’attentato a il manifesto sembrava diretto in particolare contro Stefano Chiarini che si occupava della questione palestinese e con cui Insabato cercava da tempo di entrare in contatto. In precedenza Chiarini si era dedicato all’Irlanda, sia come editore che come giornalista. La sua Gamberetti Editrice aveva pubblicato “Strade di Belfast” di Gerry Adams e alcuni romanzi (“La seconda prigione”) di Ronan Bennet, un ex prigioniero politico repubblicano.
    Oltre ad aver pubblicato sul “quotidiano comunista” decine di articoli riguardanti la questione irlandese, Chiarini aveva collaborato alla realizzazione di un dossier (“La verità la prima vittima”, supplemento al n.1 de “I diritti dei popoli”, 1985) sulle violazioni dei diritti umani in Irlanda del Nord. Insieme a Gianni Palumbo, Giovanni Bianconi e Silvia Calamati, autrice di Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese.
    Alla presentazione del libro su Bobby Sands, insieme all’Angelilli, presenziava l’esponente di “Azione giovani” Tommaso della Longa, all’epoca collaboratore di varie pubblicazioni di estrema destra tra cui “Area” e “Rinascita” (in qualità di capo servizio esteri). Sul giornale della soi disant “Sinistra nazionale” (in realtà di estrema destra), si ironizzava su clandestini, immigrati e sindacati di base. Elogi nostalgici invece per la “leggendaria” marcia su Roma del ’22. Della Longa collaborava anche a “Il Riformista” durante la direzione di Antonio Polito. Grazie ai buoni rapporti con Rocca, era diventato portavoce della Croce Rossa (v. i comunicati dell’Ufficio stampa della C.R). Se ne era parlato all’epoca dell’assunzione di alcuni neofascisti alla C.R. (segnalo su Indymedia “Sembra un ministero, è la Croce Rossa…uncinata”). Altra coincidenza, nel 2008 arrivava alla dirigenza della C.R. la moglie del Polito, Patrizia Ravaioli. .
    A questo punto, visto che qui si parla di hunger strikers, ricordo che Antonio Polito, ex direttore de “Il Riformista”, è quel giornalista che durante lo sciopero della fame contro la vivisezione del prigioniero antispecista Barry Horne (anarchico e negli anni ottanta militante dei gruppi di solidarietà con i prigionieri politici irlandesi) faceva dell’ironia nei suoi articoli pubblicati su “la Repubblica”. In sostanza diceva che stava fingendo, che mangiava di nascosto, che era un esaltato… Poi Barry Horne è morto nel modo che sappiamo. E Polito, che io sappia, non ha mai chiesto scusa. Ancora prima della morte di Barry, i suoi articoli mi erano apparsi “pilotati”. Coincidenze. O, forse, analogie.
    La vicenda di Sands e degli altri nove repubblicani morti nel 1981 ha rappresentato nel tempo una testimonianza contro le carceri speciali, contro la tortura e contro la legislazione d’emergenza. Un“grido contro l’ingiustizia”, così come la resistenza popolare, in tutte le sue molteplici forme, nei quartieri proletari di Derry e Belfast, dal Bogside a Falls road, tra gli anni sessanta e novanta.
    Le destre estreme hanno tentato di appropriarsene come avevano fatto con le lotte contro il nucleare e contro la globalizzazione, con l’ecologia e, più recentemente, anche con la liberazione animale. Un gruppo animalista del nord-est, fondato da un ex di Forza Nuova, aveva tentato di appropriarsi della memoria dell’antispecista anarchico Barry Horne. Al di là del folclore, a naso, si intravede un metodo che ricorda le infiltrazioni degli anni sessanta (e, fatte le debite proporzioni, anche alcune ambigue posizioni dei “Corpi franchi” in Germania nel primo dopoguerra).
    Sia ben chiaro. Siamo in democrazia, (anche se certamente non per merito dei fascisti) e, per quanto mi riguarda, ognuno è libero di usare i simboli che vuole. Ma senza ambiguità e chiamando le cose con il loro nome. Bobby Sands era comunque uno di sinistra, un compagno. I suoi riferimenti, oltre a Connolly e Pearse, sono stati Che Guevara, Malcom X e George Jackson (quello dei fratelli di Soledad), gli antifranchisti baschi Txiki e Otaegi fucilati nel 1975. Non certo Codreanu o Degrelle. Non si può escludere che qualche militante di destra sia in buona fede quando esprime ammirazione per gli hunger strikers. In questo caso dovrebbe riconoscere che l’antimperialismo, l’amore per la giustizia e la libertà, il rispetto per le lotte di liberazione degli oppressi (di tutti gli oppressi, s’intende) sono incompatibili con le idee totalitarie, autoritarie e gerarchiche (anche quando si dicono “di sinistra”, Stalin docet). E quindi incompatibili con il fascismo.
    Cassandra mio malgrado, agli inizi del 2011 avevo scritto “ nel trentesimo anniversario della morte dei dieci hunger strikers, sarebbe inconcepibile dover assistere alla partecipazione di neofascisti e neonazisti alle commemorazioni. Dopo la presentazione ufficiale del libro“Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese” (comunque un buon libro) da parte di Roberta Angelilli, tutto diventa possibile”. Purtroppo avevo ragione: nel maggio 2011 alle manifestazioni in memoria di Bobby Sands e degli altri hunger strikers hanno partecipato i neofascisti di Casa Pound, a fianco degli inconsapevoli militanti del Sinn Fein, ostentando il manifesto con la foto di Bobby Sands e diffondendo poi le immagini su Internet.
    Ripeto, nessun dubbio sull’onestà intellettuale dei tre autori, ma forse qualcuno dovrebbe aggiornare i repubblicani irlandesi. Fermo restando che queste ambiguità e contaminazioni restano, purtroppo, un fenomeno tipico del nostro Paese, almeno dagli anni sessanta.

    Gianni Sartori (osservatore internazionale, per conto della Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli, al processo di Madrid del 1997 contro Herri Batasuna)

    * Per quanto riguarda Rao, va aggiunto che il titolo stesso dei suoi libri (“La fiamma e la celtica”,“Il sangue e la celtica”…) contribuisce ad alimentare l’equivoco.

    **dati i rapporti intercorsi tra fascisti italiani latitanti a Londra e servizi segreti inglesi, non si escludono tentativi di infiltrazione nel movimento repubblicano.
    ***breve nota quasi storica
    Dopo Alesia e l’imprigionamento di Vercingetorix (assassinato a Roma sei anni dopo), la resistenza organizzata dei Galli contro Roma sembrò esaurirsi nel 51 a.C. A Uxellodunum, Giulio Cesare fece tagliare le mani agli ultimi irriducibili. Gutuater, considerato il capo religioso della ribellione, venne ucciso dopo atroci torture. Nel 21 d.C. scoppiò una rivolta guidata da Julius Sacrovir che, sconfitto, morirà gettandosi tra le fiamme per non consegnarsi ai romani. Nel 69 d. C. è Civilis a ribellarsi con la propria guarnigione. Al suo fianco, oltre a molti druidi, una profetessa, Velléda e due eminenti cittadini di Langres, Julius Sabinus e la sua sposa Eponina. Divisioni interne tra i Galli, oltre alla diffidenza della popolazione nei confronti di Civilis e degli altri capi della rivolta, porteranno all’ennesima sconfitta. Trascinati a Roma, Sabinus e la moglie verranno fatti uccidere da Vespasiano e i loro figli affidati a famiglie romane. Per altri due secoli in Gallia regnerà la “pax romana”. Nel 258 franchi e alemanni, popolazioni germaniche, varcano il Reno e invadono la Gallia. A migliaia i contadini fuggono nelle foreste dove per sopravvivere costituiscono gruppi armati, le bagaudes. Tra i loro capi emerge Elien. Quando l’imperatore Diocleziano invia truppe con l’incarico di sterminare questi ribelli, Elien stringe un’alleanza con Amandus, comandante di origine gallica della guarnigione di Bourges. Dopo la morte di Elien, anche Amandus viene sconfitto e ucciso nel corso di una battaglia sulle rive della Loira. Mentre l’impero romano va disgregandosi, la Gallia subisce nuove invasioni di vandali, burgundi, visigoti e ancora franchi. Nell’ultimo giorno dell’anno 406, vandali, svevi e alani valicano il Reno ghiacciato. Entrati in Gallia, devastano Tournai, Amiens e Arras. Dietro di loro, ancora burgundi e alemanni. Nel 451 anche gli unni superano il Reno, dopo averne “trasformato le foreste della riva in barche” invadendo la Gallia settentrionale. Guidati da Attila, saccheggiano Colmar, Strasbourg, Reims, Besancon e Arras. A Lutezia, la popolazione invece di fuggire organizza la resistenza. Attila si allontana e si dirige verso Orleans che per più di un mese resisterà all’assedio. Il 14 giugno 451, mentre inizia il saccheggio, arriva l’esercito del generale romano Aetius, formato in gran parte da mercenari e da alleati visigoti. Sconfitto, Attila si rifugia a Chalons-sur-Marne (Campi Catalaunici). Con questa battaglia (21 giugno 451) rimangono sul terreno circa sessantamila cadaveri (secondo alcuni autori quasi il triplo) e comincia il declino del “flagello di Dio”. In Occidente si formano vari regni romani-barbarici: visigoti, ostrogoti e, in Gallia, il regno dei franchi. Il resto è storia nota. Da Childerico (capostipite dei Merovingi) a Clovis (Clodoveo I, 465-511). Dopo la sua morte il regno venne diviso in Austrasia, Neustria e Burgundia. Da Charles (Carlo, “dux et princeps francorum”, soprannominato Martello per aver sconfitto pesantemente i saraceni a Poitiers nell’ottobre 732), figlio del maggiordomo d’Austrasia Pépin d’Heristal (Pipino II capostipite dei Carolingi) a Pépin nominato re da un’assemblea di nobili e vescovi nel novembre 751 e morto nel settembre 768. Nel 772 suo figlio Carlomagno organizzerà una prima spedizione contro i sassoni. Dieci anni dopo, la più sanguinosa. Oltre alla decapitazione di 4500 sassoni che rifiutavano di abbandonare la religione tradizionale e convertirsi al cristianesimo, circa 10mila saranno deportati in Gallia.

    ****Oltre agli interventi non richiesti di Borghezio, noto estimatore dell’ascia bipenne, va ricordato un episodio legato alla Falange (versione italica, non libanese o spagnola). La misteriosa organizzazione parastatale, responsabile negli anni novanta di operazioni che puzzavano di provocazione e servizi segreti, diffuse un comunicato (l’originale mi venne fornito dall’allora senatore Francesco Bortolotto, dei Verdi) in cui si minacciavano i sindaci veneti contrari all’Alta Velocità. Era firmato con la sigla della Falange e una strana aggiunta, un inesistente “gruppo Veneto-Euscadi”, scritto con la “C”. Da notare che in euskara, la lingua basca, questa lettera non esiste, sostituita regolarmente con la “k”. All’epoca, in un articolo cofirmato con Giovanni Giacopuzzi, feci notare la stranezza e suggerii la natura provocatoria del testo (“strategia della tensione a bassa intensità”?). Altra evidente incongruenza, la sinistra abertzale basca si è sempre mobilitata contro l’Alta Velocità (“AHTrik EZ, emaiezu botea!!”).

    *****Pare che il commando responsabile dell’azione del 20 ottobre contro Karl Hotz provenisse da Parigi e fosse composto da Gilbert Brustlein, Marcel Bourdarias e da un ex membro delle Brigate Internazionali, Spartaco Guisco.
    In precedenza, il 21 agosto, a Parigi alcuni membri dei Bataillon de la Jeunesse, guidato da Pierre Georges (comandante Fabien), avevano ucciso un esponente della Kriegsmarine, Moser, alla stazione del métro Barbès per vendicare due compagni fucilati il 18 dopo aver partecipato ad una manifestazione del P.C.F. Una Cour spéciale condannò a morte, su richiesta dei tedeschi, tre persone già detenute (e che quindi non avevano preso parte all’azione).

    ******In Bretagna alcune formazioni indipendentiste di destra, comunque minoritarie, presero parte ai rastrellamenti e alle torture contro altri bretoni legati alla Resistenza. E’ storicamente accertato (v. gli studi di Kristian Hamon) che i tedeschi finanziarono il Parti national breton (PNB, nato nel 1931, sciolto nel 1939 e rinato alla fine del 1940) per condizionare l’amministrazione di Vichy con la minaccia di una Bretagna indipendente sotto la tutela di Berlino. Studi recenti hanno ridimensionato il numero degli aderenti al PNB (non più di 1500, di cui due-trecento attivisti). All’interno del partito convivevano simpatizzanti sia del nazismo tedesco che del fascismo italiano e anche qualche ammiratore della Falange spagnola. Mentre il principale ideologo del partito, Olier Mondrel, si dichiarava apertamente nazista il presidente (fino al 1944) Raymond Delaporte veniva considerato un “conservateur modéré”. I Bagadoù stourm (“gruppi di combattimento”, sulle loro bandiere il triskell) costituivano il movimento giovanile del PNB e fornirono qualche decina di militanti al Bezen Perrot, una formazione militare fondata da Célestin Lainé dopo l’uccisione dell’abate Perrot, a Scrignac nel dicembre 1943. Sorto come “servizio d’ordine”, ben presto il Bezen Perrot si trasformò in milizia collaborazionista, indossando la divisa germanica, combattendo a fianco dei tedeschi e partecipando a rastrellamenti, interrogatori, torture ed esecuzioni di partigiani. Va sottolineato che l’occupazione nazista incontrò anche in Bretagna una forte opposizione e in varie occasioni (v. a Landerneau nel 1943) la popolazione aveva mostrato disapprovazione per quei militanti di Bagadoù stourm che sfilavano al passo dell’oca e vestiti di nero.
    Ordinato sacerdote nel 1903, Jean-Marie Perrot (Yann-Vari Perrot in bretone) aveva vissuto come un abuso il divieto, risalente al 1902, di insegnare il catechismo in bretone. Per salvaguardare la lingua nazionale organizzò a Saint-Vougay (Finistère) un gruppo teatrale (Paotred Sant-Nouga) e in seguito un movimento, Bleun brug (Fiore di brughiera, in riferimento al congresso interceltico di Caernarvon del 1904 che aveva adottato questo fiore come simbolo). Divenuto associazione nel 1912, il Bleun brug rinascerà dopo la guerra, nel 1920. Perrot scrisse anche molti articoli in difesa della lingua bretone, articoli apparsi regolarmente sulla rivista religiosa Feiz ha Breiz (“Fede e Bretagna”). Forse a causa del suo impegno, giudicato eccessivo dalle autorità ecclesiastiche, Perrot verrà assegnato alla parrocchia di Scrignac, notoriamente anticlericale e dove si formerà una consistente presenza di FTP (Francs-Tireurs et Partisans). La vera identità dei suoi uccisori non venne mai definitivamente stabilita. Nel dopoguerra seguaci di De Gaulle e comunisti si rinfacciarono la responsabilità con reciproche accuse, ma non si può nemmeno escludere una responsabilità di quei bretoni che poi gli dedicarono la milizia denominata Bezen Perrot. Poco prima di venir assassinato, l’abate Perrot aveva duramente condannato Cèlestin Lainé per il suo neo-paganesimo. Un altro gruppo paramilitare bretone che prese parte attiva agli interrogatori e alle torture dei partigiani fu il meno conosciuto Kommando Landerneau. A queste formazioni collaborazioniste degli anni quaranta, si richiameranno apertamente gli indipendentisti di estrema destra dell’Adsav.
    G.S.

  5. Gianni Sartori
    1 dicembre 2014

    Invio questa intervista, sicuramente datata (1998) ma forse ancora interessante. Vedete voi se e come utilizzarla. Ciao
    GS

    QUESTA TERRA È LA MIA TERRA: PARLA EOGHAIN O’NEILL
    (Gianni Sartori, 1998)

    Eoghain O’Neill, direttore della rivista in gaelico LA pubblicata a Belfast, ha tenuto un ciclo di conferenze-dibattito (anche in Italia) per “informare l’opinione pubblica sulla situazione culturale nella cosiddetta Irlanda del Nord occupata dai britannici”. Naturalmente, dato che da molti anni si occupa di politica, nel suo intervento non mancano considerazioni politiche. Per il futuro O’Neill ritiene che “occorre essere realisti… credo che ci sarà altra violenza ma forse, nel giro di qualche anno, le cose potranno cambiare. Questo perché, nonostante tutto quello che è poi accaduto (rottura della tregua, ripresa delle uccisioni settarie ndr) i periodi di tregua hanno permesso di definire quale sia la strategia per una pace giusta. A mio avviso le formazioni armate (IRA e INLA da parte repubblicana ndr) smetteranno definitivamente di combattere se il governo inglese si impegnerà veramente a risolvere in modo definitivo la questione della discriminazione. Non bisogna dimenticare che entrambe le parti sanno di non poter vincere con la violenza.
    Credo che in futuro assisteremo ad un progressivo disimpegno militare; penso a quanto è avvenuto in questi ultimi anni in Sudafrica…”.

    Di che considerazione gode, da parte della autorità, la lingua irlandese nelle “Sei Contee”?
    Nelle sei contee convivono due comunità, una delle quali si considera irlandese mentre l’altra si considera britannica. Negli oltre settant’anni di vita dell’Irlanda del Nord l’identità e la cultura irlandese non sono mai state riconosciute. Tantomeno sono stati stanziati fondi per tutelarle. Per la cultura irlandese non ci sono finanziamenti governativi; non esistono giornali o canali televisivi in lingua irlandese. Non si può nemmeno dare ad una strada il nome in gaelico, anche se, bisogna dire, questo decreto non viene molto rispettato e attualmente molte strade di Belfast hanno il nome in gaelico. Sostanzialmente l’irlandese viene considerato una non-lingua. Se fate la domanda per la patente trovate la domanda in dodici lingue ma non in irlandese.

    Come si collega questa discriminazione culturale alla repressione e all’occupazione militare britannica? Che influenze avevano avuto le tregue e i negoziati?
    Esiste una relazione precisa tra la discriminazione culturale subita dal 45% della popolazione che si considera irlandese e la repressione: non è possibile rendersi conto dell’una senza comprendere l’altra. Con i “cessate il fuoco” decretati dall’IRA (il primo ancora nel 1994 ndr) si era creato un certo ottimismo dato che erano la condizione indispensabile per far sedere i rappresentanti del Sinn Féin al tavolo dei negoziati. Questo rimane l’unico modo per affrontare le cause e risolvere i problemi.

    Come si manifesta questa discriminazione, nei confronti dei cattolici, nella vita di tutti i giorni?
    Come ho detto il 45% degli abitanti dell’Irlanda del Nord si considera irlandese e proprio per questo viene discriminato. Questo avviene non solo sul piano strettamente culturale, ma anche a livello economico, sociale, politico. Dal 1921 non c’è statistica sulla disoccupazione che non evidenzi come il maggior numero dei senza lavoro si trovi tra i cattolici. Lo stesso governo inglese ha ammesso che “un cattolico ha due possibilità e mezza in più di restare disoccupato”. Esistono apposite istituzioni per controllare la disoccupazione a scapito dei cattolici. Altra conseguenza della discriminazione: il 93% delle forze di sicurezza è costituita da unionisti protestanti. È evidente che qualsiasi soluzione politica deve superare sia l’attuale discriminazione economica che portare ad una radicale ristrutturazione delle forze di sicurezza, per creare un corpo di polizia accettato da entrambe le comunità.

    Non ricordo di aver mai visto quella spilla che porta sulla giacca. Ha qualche significato particolare?
    È una testimonianza di come la lingua irlandese sia stata discriminata. Nel secolo scorso ad ogni ragazzo proveniente da famiglie che parlavano gaelico gli insegnanti appendevano al collo una specie di bastoncino. A scuola, tutte le volte che usava questa lingua proibita, mettevano un segno sul bastoncino. Quando era interamente ricoperto, i suoi genitori dovevano picchiarlo tante volte quanti erano i segni riportati. La lingua irlandese era vista come un elemento ostile, da estirpare. Naturalmente questa “politica culturale” ha indirettamente favorito lo sviluppo di un senso di identità separato e antagonista rispetto a quello britannico.

    A proposito di istituzioni scolastiche: anche lei opera in una scuola un po’ particolare…
    Lavoro in un centro culturale dove esiste anche una scuola per ragazzi dai sei ai sedici anni, praticamente tutta la fascia dell’obbligo. Tutto l’insegnamento è in gaelico; se fosse in inglese la scuola riceverebbe due milioni di sterline all’anno. Invece per la nostra scuola, negli ultimi cinque anni, il governo non ha sborsato una sola sterlina: genitori e ragazzi hanno organizzato collette, varie iniziative di autofinanziamento, raccolta fondi… e siamo sopravvissuti.

    Altri aspetti della repressione culturale…
    Un altro aspetto della repressione culturale consiste nel vietare tutti i simboli della cultura e dell’identità irlandese, come per esempio la bandiera, in base ad una legge degli anni Cinquanta. Non dimentichiamo poi che più di trecento civili sono stati uccisi in questi anni dai militari e nessun soldato è stato condannato. Il conflitto nasce e deriva da tutte queste forme di discriminazione.

    Che ruolo ha in tutto questo l’IRA? Cosa può dirci sulle sue sospensioni delle azioni armate (in particolare quella definita “storica” del ‘94 che ha aperto la strada ai colloqui di pace)? Ci sono stati dei precedenti?
    L’IRA vuole prima di tutto difendere la comunità irlandese. La decisione del 31 agosto 1994 (il primo cessate il fuoco ndr) derivava dalla consapevolezza (o forse dalla speranza) che gli interessi e l’identità irlandese potevano essere adeguatamente difesi anche con mezzi non militari. Bisogna ricordare che quella che chiamo “strategia di pace” era cominciata nell’81, con lo sciopero della fame di Bobby Sands e dei suoi nove compagni. La morte dei dieci militanti dell’IRA e dell’INLA convinse i nazionalisti che: 1) era necessario internazionalizzare la questione irlandese; 2) era necessario sviluppare una strategia politica per affrontare le cause del conflitto. Dopo la morte dei dieci prigionieri di guerra molte persone votarono per il Sinn Féin che, verso la metà degli anni Ottanta, cominciò a sviluppare una sua identità, in parte separata da quella dell’IRA. Alla fine degli anni Ottanta il movimento repubblicano si convinse che non era possibile sconfiggere militarmente gli Inglesi. Contemporaneamente il governo di Sua Maestà aveva raggiunto la stessa convinzione, cioè che non era possibile sconfiggere militarmente l’IRA. In quel periodo cominciarono trattative segrete, favorite anche dalla fine della “Guerra Fredda”. Fino a quel momento gli interessi degli Inglesi erano principalmente strategici: avere il controllo dell’Irlanda del Nord vuol dire controllare l’Atlantico del Nord (soprattutto grazie ai sommergibili). Con la fine della Guerra Fredda il peso strategico dell’Irlanda del Nord sembra essere diminuito. Inoltre, con lo sviluppo dell’Unità Europea, per la Gran Bretagna diventava sempre più difficile rivendicare la sovranità sull’Irlanda del Nord. Con queste premesse si era arrivati al “cessate il fuoco” del ‘94 nella speranza che il governo inglese riconoscesse di essere la causa principale delle ingiustizie subite dalla comunità cattolica. Come è noto, il governo ha invece continuato a dire che era l’IRA la causa delle sofferenze patite dalla comunità cattolica. In questo modo ha reso evidenti quali fossero le sue reali intenzioni: riformare lo stato delle sei contee dopo aver sconfitto l’IRA (disarmandola e disarticolandola). Cioè fare esattamente quello che non era riuscito a ottenere sul campo. È significativo che anche durante i periodi di tregua non sia stato fatto quasi niente per risolvere i problemi della nostra comunità. Si voleva confermare la tesi inglese per cui se l’IRA smette di combattere, tutti i problemi sono risolti, far credere all’opinione pubblica che l’unico problema è quello della lotta armata. Ovviamente le cose non stanno così.

    Gianni Sartori (1998)

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Questa voce è stata pubblicata il 29 aprile 2013 da .

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