IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

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Stato, leggi e Cittadini: appunti per il nostro futuro

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Riportiamo un articolo scritto nel marzo 2012 dall’ottimo Giacomo Consalez.

LA BASE DEL SUCCESSO E’ IL CONSENSO POPOLARE!

Il dettato costituzionale italiano è intoccabile. L’articolo 138 ne impedisce la riforma da parte dei Cittadini. Il 75 ci priva del voto referendario su argomenti cruciali. La petizione (Art. 50) è carta straccia perché lascia ai politici il diritto di ignorarla. L’iniziativa popolare (Art. 71) idem, nonostante sia corredata da 50000 o più firme. In questo orrendo paese la degenerazione oligarchica del potere ha assunto contorni grotteschi. Non c’è settore in cui i partiti politici non svolgano un ruolo deleterio, interferendo nella promozione accademica, in quella professionale, nella gestione della salute pubblica, in quella dell’ambiente e della pianificazione urbanistica, negli appalti, nelle nomine di ogni tipo su una base di affiliazione, di cordata, di clientela, ma mai su una base di merito né tanto meno di interesse generale. Con costi e sprechi di portata incalcolabile.

Questo avviene a fronte del fatto che la costituzione nomini una sola volta i partiti (art. 49), statuendo soltanto che i Cittadini HANNO DIRITTO a costituirsi in partiti politici. Non pare ai benpensanti italiani che i partiti abbiano un tantino travalicato il ruolo loro assegnato dai cosiddetti “padri costituenti”? Eppure dai ranghi dell’intelligencija di sinistra si sente dire che il pensiero federalista è populista, strizza l’occhio “ai capricci della maggioranza” e che il popolo è una “mera espressione giuridica”. Nessuna menzione del fatto palese che viviamo ostaggi di una dittatura incontrastata e spietata delle minoranze, cioè in una patetica e vuota pantomima di democrazia. Questo è un terreno sul quale destra e sinistra italiane marciano in totale armonia: il terreno dell’autoreferenzialità del potere.

Da più parti si sostiene che il dettato costituzionale, rigido e immutabile, è garanzia di diritto e pari opportunità, in spregio all’evidenza di 60 anni di abusi ininterrotti, dilaganti e inarrestabili come un cancro. All’evidenza del dominio incontrastato delle caste partitiche e dei loro committenti finanziari, industriali, di loggia e di cosca, e del conseguente impoverimento crescente della popolazione. Anche chi fatica a tirare avanti, chi è vittima evidente di un sistema indifendibile, parteggia per l’intoccabilità, la ieraticità dello Stato tiranno, che vede e provvede per tutti noi Cittadini, delegatori in bianco di una sovranità illimitata alle istituzioni. E vede le istituzioni stesse come creature reificate, dotate di un giudizio e di un senno superiore a quello della cittadinanza da cui promanano. È lo Stato sovrano, con le sue emanazioni ammantate di sacralità, eppure spesso composte da uomini che cinicamente agiscono per proprio tornaconto, personale o di scuderia, tradendo la fede ottusa della gente.

Per avere credito e successo, soprattutto tra i giovani, gli indipendentisti dovrebbero riscoprire le radici più profonde del pensiero federalista, quelle che portano ad Althusius, Proudhon, Elazar e Miglio. Il modello che dobbiamo costruire per il nostro futuro post-italiano è un modello che risolva l’equivoco secolare tra pubblico e statale, equivoco che ci portiamo dietro dalle origini dello Stato moderno, cioè da almeno 360 anni. Io crederò nella gestione pubblica di un bene o di un servizio quando i Cittadini, che con le loro tasse hanno contribuito a crearlo, ne saranno anche soci di maggioranza, e lo Stato, ridotto all’osso, sarà solo il fedele esecutore, a titolo non oneroso, del mandato vincolante conferitogli pro tempore dai Cittadini.

Il modello che dobbiamo costruire è un modello in cui le comunità locali siano sovrane, e legiferino in base a ciò che a maggioranza semplice considerano desiderabile, o al contrario immorale e ripugnante, senza che alcuna autorità statale o, peggio, sovranazionale si impicci delle loro decisioni, fatti salvi i diritti fondamentali delle minoranze, e i diritti naturali degli individui. Un modello in cui lo Stato federale sia null’altro che un tavolo al quale siedono le comunità locali, spontaneamente federate tra loro, per negoziare tra interessi divergenti e trovare soluzioni mutuamente vantaggiose per i popoli federati.

Il modello che dobbiamo costruire è un modello nel quale nessuna riforma sia per sempre; in cui nessuna legge, nessuna carica sia sempiterna; in cui nessuna obbligazione politica possa o pretenda di durare in eterno; in cui nessuno stato centrale possa imporre il proprio volere alle comunità locali in nome dell’equivoco storico chiamato “bene comune”. Un modello nel quale tutto sia contratto, un contratto negoziato con pazienza, cura e dettaglio, un contratto che abbia un inizio, una durata e una fine, e un oggetto ristretto e definito. Perché nella nostra città futura, al termine di questi secoli bui di acquiescenza allo strapotere dello Stato, i Cittadini saranno più importanti delle leggi, dei dettati e delle cariche pubbliche, per quanto togate o impellicciate. I Cittadini saranno sovrani e non soggiaceranno a deliberazioni promulgate da persone morte da 30, 100 o 200 anni. I Cittadini faranno le norme, i Cittadini le smonteranno.

In un modello siffatto, non saranno certo norme di legge o dettati costituzionali, seppur grandiloquenti, a pretendere di costruire dal nulla popoli e nazioni, per realizzare un disegno colonialista o massonico.

marzo 2012 , di GIACOMO CONSALEZ

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Questa voce è stata pubblicata il 27 aprile 2013 da .

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