IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

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La Lombardia (e l’Insubria) fra identità, lingua, immigrazione, Svizzera e Veneto. Guardando all’indipendenza.

Fonte: http://alexstorti.wordpress.com

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Intervista a cura di Alex Storti ( portavoce dell’Associazione DIRITTO DI VOTO ).

Intervista a Maria Vittoria Sala, coordinatrice per la Provincia di Lecco del movimento culturale Terra Insubre. Attivissima sul fronte del recupero e della salvaguardia degli elementi tradizionali della cultura lombarda, instancabile viaggiatrice per le strade e i sentieri d’Europa, in cerca di testimonianze e percorsi storici,  Maria Vittoria Sala si è anche distinta recentemente per il proprio intervento in occasione della presentazione di CoLoR44, il Comitato Lombardo per la Risoluzione 44: poche ma significative parole che hanno innescato un dibattito sul tema dell’identità lombarda fra omogeneità e pluralità. Di questo e di altro ancora ci parla nella sua intervista.

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1) In cosa consiste la tua attività per Terra Insubre? Qual è la risposta dei cittadini del lecchese alla vostra proposta culturale? Avete rapporti anche con il mondo degli storici locali?

Da due anni ormai mi occupo di coordinare le attività per Terra Insubre in Provincia di Lecco: organizzo incontri, conferenze, mostre, ma anche momenti conviviali che avvicinino le persone al mondo dell’Insubria. Tengo i contatti con le amministrazioni locali a vari livelli, le biblioteche, le persone e le associazioni che si occupano di cultura e tradizioni locali. Cerchiamo inoltre di essere presenti con i nostri stand librari alle feste della tradizione locale. E poi ci sono le battaglie: non manchiamo di dire la nostra, approvando o disapprovando pubblicamente fatti che incidono sulle tematiche che ci stanno a cuore, con l’obiettivo di suscitare dibattiti e orientare le opinioni. Ci piace sentirci un po’ come i “custodi del territorio”.

La Provincia di Lecco fa parte senz’ombra di dubbio dell’Insubria storica oltre che oggi della Regio Insubrica, ma poiché è terra di frontiera l’insubrismo è arrivato un po’ più in ritardo rispetto a Como e Varese. Fino a poco tempo fa da queste parti “Insubria” era una parola sconosciuta, ma oggi posso affermare che è bastato aver gettato qualche seme per aver fatto nascere la curiosità e l’interesse di tantissima gente, come dimostrano il pieno di pubblico agli eventi e le persone che mi contattano quotidianamente per saperne di più. Evidentemente era un vuoto che doveva essere colmato in questa oscura epoca storica: di fronte alla globalizzazione che livella e disorienta, l’identità rimane un saldo punto di riferimento.

Abbiamo rapporti proficui con storici e archeologi locali, certamente, che ci pregiano della loro collaborazione tramite la nostra rivista trimestrale, oltre che dei loro interventi alle conferenze che organizziamo. In particolare, Elena Percivaldi e Cristiano Brandolini sono presenze costanti all’interno dell’attività associativa.

2) Come valuti i rapporti con le amministrazioni comunali e provinciali, anche in relazione al colore politico delle stesse? C’è sensibilità verso la riscoperta e la cura dell’identità storica del nostro territorio o prevale il disinteresse, se non addirittura l’aperta ostilità? Lo sfregio alla toponomastica bilingue a Lecco è una ferita che ancora brucia, o sbaglio?

Con le amministrazioni con cui ho avuto contatto o con cui ho collaborato il rapporto è stato ottimo, a prescindere dal colore politico. Mi riferisco innanzitutto al rapporto privilegiato che Terra Insubre ha instaurato con l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Lecco, che finora ha fortemente voluto e sostenuto economicamente le nostre iniziative. Ma anche da parte delle amministrazioni comunali con cui abbiamo avuto a che fare c’è stata massima disponibilità. Del resto ci siamo sempre proposti con iniziative culturali di alto livello e abbiamo sempre lavorato con serietà ed impegno, apportando pregio e visibilità agli enti che hanno patrocinato i nostri eventi.

La rimozione della toponomastica bilingue a Lecco è certamente uno sfregio, ma non tanto nei nostri confronti quanto piuttosto di tutto il popolo lecchese e lombardo. L’errore madornale del Sindaco è stato quello di aver voluto privare la città del suo nome storico, che è patrimonio di tutti i cittadini lecchesi, per una stupida ripicca politica nei confronti degli avversari. Come si dice, è stato come “essersi tagliati gli attributi per fare un dispetto alla moglie”.

3) L’immigrazione massiccia che interessa da decenni la Lombardia ha cambiato profondamente la composizione etnica della nostra Regione. Pensi che sia possibile integrare culturalmente i nuovi Lombardi o credi che la riscoperta e la conservazione delle radici siano attività destinate ad una progressiva marginalizzazione geografica e demografica? L’immersione praticata in Catalogna è possibile anche qui?

Io penso che proprio la cultura lombarda possa costituire un veicolo importante per favorire l’integrazione di chi arriva nel nostro territorio. Prendiamo per esempio la lingua lombarda, che è uno degli elementi che più esprimono il nostro modo di essere. Immaginati un immigrato del Ghana che sul lavoro parla dialetto coi suoi colleghi lombardi o un bambino dello Sri Lanka che si esprime con modi di dire lombardi. Imparando la nostra lingua, i nostri usi e costumi, gli immigrati possono veramente entrare nella psicologia e nella mentalità del popolo che li accoglie. Gli immigrati che arrivano qui devono affezionarsi alla Lombardia come se fosse la loro terra, e ciò può avvenire solo se questi vengono in contatto con la nostra identità autentica, non con simbologie vuote e lontane. Ad un recente banchetto a Viganò un extracomunitario di colore è venuto a chiedermi come si faceva la polenta perchè voleva provare a farla. Questa per me è l’unica integrazione possibile e la Catalogna dimostra il mio ragionamento: l’immersione è stata possibile proprio perché la coscienza identitaria è molto più sviluppata che in Lombardia. E tantissimi extracomunitari si sentono catalani al punto che abbracciano la causa indipendentista, come ho avuto modo di vedere durante la marxa dell’11 settembre scorso. L’immigrazione massiccia deve dunque spingere la Lombardia a riscoprire se stessa perchè la sua identità non ne venga travolta ma travolga.

4) Una delle battaglie di Terra Insubre e dell’insubrismo militante riguarda per l’appunto la conservazione e la tutela della lingua lombarda, nelle sue principali parlate. In questo periodo si segnalano sviluppi interessanti, come la presentazione dei Promessi Sposi tradotti in lombardo-lecchese o la lettura pubblica della Divina Commedia in meneghino all’Arengario di Monza. Puoi parlarci di queste iniziative? Quali prospettive concrete vedi per la lingua lombarda?

La traduzione dei Promessi Sposi in dialetto lecchese è opera di Gianfranco Scotti, noto studioso di letteratura lombarda di Lecco. La serata di presentazione è consistita nella lettura di alcuni brani intervallati da intermezzi musicali nella suggestiva cornice della chiesa di Pescarenico. Beh, io ero presente e la chiesa era gremita. C’era tantissima gente in piedi, anche giovani.

La lettura pubblica della divina Commedia in meneghino è un progetto in cantiere il cui deus ex machina è il poeta e scrittore brianzolo Renato Ornaghi, e a cui collaborerà anche Terra Insubre. Per due giorni cento volontari si alterneranno nella declamazione di tutti i canti danteschi sotto l’Arengario di Monza, cosa che sicuramente concentrerà una grande attenzione mediatica sulla questione della lingua madre.

Queste iniziative sono solo due punte dell’iceberg di ciò che stiamo vivendo: da qualche anno in Europa è in atto un vero e proprio processo di rinascimento delle lingue regionali e minoritarie, tra cui anche il lombardo.

Non solo la traduzione di testi della letteratura europea nella nostra lingua madre è sempre più diffusa (e fa sperare, per il futuro, nella nascita di biblioteche interamente in lombardo), ma nascono case editrici, circoli letterari, iniziative e gruppi su Facebook dedicati alla lingua lombarda. Così come sono sempre di più i cantautori che fanno musica in lingua lombarda o gli esercizi commerciali che si danno nomi in lombardo.

L’UNESCO ci dice che la lingua lombarda al momento è seriamente in pericolo, ma tutto questo fermento culturale è il segnale di qualcosa che è ancora vivo e vuole vivere. Spetta a tutti coloro che hanno a cuore la nostra lingua madre continuare ad attivarsi per tenere accesa la possibilità della sua rinascita. Ma soprattutto attendiamo una volontà politica che decida di tutelare e promuovere legislativamente la lingua lombarda, in primis con l’insegnamento nelle scuole. Ce lo insegna il Galles, che nel giro di dieci anni è riuscito a rivitalizzare la lingua gallese, ormai parlata solo dalla fascia più anziana della società e destinata altrimenti alla certa estinzione, introducendo il suo apprendimento nelle scuole. Dunque, basta volerlo!

5) A tuo parere ci sono punti di contatto fra le attività di Terra Insubre e quelle di Raixe Venete? E come vedi la questione della Lombardia Orientale, stretta fra Insubria e Veneto? Pensi che i cittadini lombardi debbano sostenere attivamente la richiesta di indizione di un referendum per l’autodeterminazione della Regione del Veneto?

Si, Terra Insubre e Raixe Venete sono le associazioni culturali e identitarie più attive e accreditate nei rispettivi territori. In Lombardia Orientale poi esistono Terra Orobica, raggruppamento territoriale federato a Terra Insubre, e mi risulta esistere nel bresciano anche una Terra Cenomane.

A proposito della Lombardia Orientale, penso che le sue sorti dovranno essere dettate dal principio di autodeterminazione. Una volta che questo si sarà finalmente affermato consentendo la liberazione dei popoli del Nord, sarà sulla base dello stesso che ci si dovrà organizzare. La coartazione imposta alle nostre comunità negli ultimi 150 anni non sarà più tollerata: non potranno più esistere annessioni o soppressioni territoriali forzose da parte di pochi. Saranno i popoli a decidere, democraticamente, di abbattere confini e ridisegnarne altri.

Posto che la lingua lombarda è elemento unificatore della Lombardia tutta, Occidentale e Orientale, non sarebbe insensata una Lombardia unita, purchè organizzata in modo almeno cantonale, così da rimarcare e valorizzare le singole specificità delle due macro-aree che la compongono. Tuttavia, se i Veneti diventassero indipendenti prima dei Lombardi, potrebbe accadere che i Lombardi orientali decidano di staccarsi dall’Insubria per ritornare sotto i fasti della ricostituita Serenissima Repubblica. Sto esagerando con la fantapolitica? Forse, ma se l’autodeterminazione è un diritto naturale, ciò che per ora mi è dato solo poter sognare, in un mondo normale dovrebbe essere la regola.

Terra Insubre si è espressa a sostegno dell’iniziativa referendaria veneta con un comunicato stampa e ha collaborato attivamente alla raccolta delle firme da portare a Bruxelles. Probabilmente gli amici Veneti non avrebbero avuto bisogno del nostro aiuto, vista l’adesione popolare che la causa veneta riscuote sia nelle città che nei paesi, ma per noi ha voluto essere un gesto di solidarietà indipendentista. Siamo consapevoli del fatto che il Veneto, essendo riuscito a conservare una coscienza identitaria più integra della nostra e godendo di un consenso indipendentista assai più diffuso, ha più di tutti le potenzialità per poter rovesciare il giogo centralista.

Per gli stessi motivi, parteciperemo con una nostra delegazione alla festa di San Marco il prossimo 25 aprile, che quest’anno per i Veneti sarà particolarmente importante perché intende fare da volano alla causa indipendentista. Durante quella giornata, le bandiere del nostro glorioso Ducato sventoleranno accanto a quelle della Serenissima Repubblica, unite nella causa della libertà.

6) Recentemente sei stata in Svizzera e nel Liechtenstein: che impressione ne hai tratto? Come valuti il fatto che la cultura di massa italiana abbia costruito, da oltre un secolo, una sorta di cordone sanitario comunicativo attorno al sistema elvetico, impedendo di fatto ai cittadini lombardi di sapere esattamente quanto sia avanzata e civile la Confederazione?

Svizzera e Liechtenstein, al di là del fatto che sono Stati con altissimi Pil pro capite noti per i loro elevati livelli di benessere e civismo, sono modelli da seguire perché hanno fatto della democrazia diretta un loro principio cardine. In nessun altro luogo al mondo i cittadini hanno tanta voce in capitolo come in questi due Stati.

Il Liechtenstein, seppure sia una monarchia costituzionale ereditaria, è dotato di un sistema di democrazia diretta avanzato che garantisce agli elettori il diritto di iniziativa e di referendum a livello legislativo e costituzionale. Addirittura nel 2003 sono stati costituzionalizzati due diritti, entrambi attuabili con lo strumento del referendum: il diritto di autodeterminazione locale, cioè il diritto di secessione dei singoli Comuni dallo Stato del Liechteinstein, e il diritto di abolizione popolare della monarchia.

In Svizzera gli istituti della democrazia diretta vengono applicati con regolarità (circa 4 volte l’anno) su tutti i temi e a tutti i livelli, nazionale, cantonale e comunale. Questo sistema incoraggia la partecipazione e la formazione politica dei cittadini svizzeri e si è dimostrato un buon strumento contro la costituzione di una casta di politici di professione. Io sono stata in Appenzello Interno, il cantone più tradizionalista, che insieme al Canton Glarona è l’unico dove la votazione avviene in modo tradizionale tramite alzata di mano in piazza, la cosiddetta Landsgemeinde. Di regola in Italia si parla degli argomenti e dei risultati di votazioni referendarie in Svizzera e nel Liechtenstein solo quando utilizzabili contro la democrazia diretta. Ad esempio si condannano gli svizzeri quando si esprimono per il divieto di costruzione di nuovi minareti, ma si fa passare in sordina il referendum che pone un freno all’indebitamento pubblico o agli stipendi milionari dei super manager.

Non dimentichiamo poi che la Svizzera è il paradigma storico dello Stato federale. I Cantoni sono Stati a tutti gli effetti e godono di reale sovranità, perché non si perde mai di vista che sono i Cantoni ad aver creato la Confederazione, non viceversa. Anche il principio di sussidiarietà è applicato in modo effettivo come da nessun’altra parte: la regola è lasciare più competenze possibili verso il basso e delegare al livello superiore solo quello che non può essere svoIto al livello inferiore.

Il successo del modello svizzero sta nella capacità di assicurare l’unità di un Paese diviso dal punto di vista linguistico, culturale, storico, religioso: la diversità non è percepita come una disparità ma come un’opportunità e si consente che possa manifestarsi in ogni ambito della quotidianità. Basta pensare al sistema scolastico: alcuni cantoni lo chiamano liceo, altri ginnasio, altri ancora scuola cantonale; nei cantoni Argovia e Soletta si parla di scuole di circolo.

 Oppure pensiamo al sistema politico. Quello che nel canton Berna è un “Regierungsrat” (Governo), a Friburgo è uno “Staatsrat” (Consiglio di Stato).

 Persino i codici di procedura penale sono 26 tanti quanti i cantoni. Ovviamente i detrattori tacciano il federalismo di essere espressione della mentalità provinciale, ma la bontà del modello è dimostrata dal suo successo politico ed economico. A pochi chilometri da noi si vive bene con tasse basse, stipendi alti, servizi che funzionano: per gli svizzeri è una situazione normale, per noi sono cose straordinarie.

Non c’è dunque da stupirsi se la cultura di massa italiana tenga nascosto, soprattutto ai lombardi, la realtà elvetica, perché significherebbe ammettere che i modelli politici centralisti hanno fallito, mentre quelli federalisti hanno portato benessere. Ma basta prendere la macchina e farsi un giro nel vicino Ticino per vedere e capire perché gente del tutto simile a noi, lombardi con una cultura come la nostra e che parlano esattamente come noi, hanno il privilegio di poter vivere in un mondo dove le cose funzionino, mentre noi abbiamo le zavorre ai piedi.

Il modello svizzero è un modello da seguire e da esportare su larga scala: ad esso ci si deve ispirare per la costruzione della Nuova Europa, che deve necessariamente nascere dall’aggregazione dei popoli e delle regioni come una Grande Svizzera. Questa è l’unica valida alternativa al fallimento dell’Unione europea e dei suoi Stati nazionali.

7) Sempre in tema di Svizzera, e nell’ottica di una quantomai auspicabile decostruzione dell’unità statuale italiana, ritieni concrete le possibilità di un allargamento della Confederazione alle provincie insubriche della Lombardia settentrionale o pensi che sia più realistico procedere lungo il percorso verso l’indipendenza della Regione Lombardia nella sua interezza?

Noi di Terra Insubre abbiamo sempre cullato il sogno di un’Insubria 27esimo cantone elvetico. Pensa ai vantaggi che ne deriverebbero: senza dover cambiare lingua e tradizioni ci ritroveremmo in un paese efficiente e all’avanguardia, fuori dall’Unione Europea, adotteremmo il franco svizzero, pagheremmo molto meno le autostrade… L’idea non è poi così balzana visto che da tempo deputati e leader politici svizzeri, in particolare il ministro della Difesa svizzera Maurer, hanno rilanciato la provocatoria idea dell’annessione alla Confederazione Elvetica, allettati dalla ricchezza di un cantone Insubria che riunisca in sé la potenza economica delle province lombarde e la straordinaria piazza finanziaria luganese.

Tuttavia, come sappiamo, il Veneto ha recentemente dato il via a un percorso referendario, concreto e democratico, per il raggiungimento dell’indipendenza approvando la Risoluzione 44. Le vicende venete, che sono supportate da un vasto consenso popolare, potrebbero dare una bella sveglia alle coscienze sopite delle altre Regioni e innescare una reazione a catena su modello del Veneto. Già in Lombardia si è da poco costituito il CoLoR44, che si adopera affinchè anche la nostra Regione si dia una Risoluzione omologa a quella veneta. Gli scenari che si aprono sono inediti e interessanti. Se poi guardiamo all’Europa, che si prepara alle votazioni di Catalogna e Scozia, il momento per un referendum è più propizio che mai.

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Questa voce è stata pubblicata il 3 aprile 2013 da .

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