IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

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Lettera aperta a Pro Lombardia Indipendenza

pro lombardia piccolissimo

Riceviamo dal portavoce del movimento pro Lombardia Indipendenza e pubblichiamo:

Tre ragazzi under 20, espressione di quella gioventù lombarda che studia, si prepara e pensa con la propria testa, scrivono una lettera aperta al nostro movimento, esprimendo le proprie idee e le proprie speranze per il futuro.

Le idee innovative espresse dal nostro movimento non possono, del resto, far altro che interessare la parte più nobile e pulita della nostra terra.

Un augurio per un 2013 fruttuoso a tutti gli attivisti, a tutti i sostenitori e a tutti i simpatizzanti, in particolare proprio a Paolo, Stefano e Riccardo.

Giovanni Roversi –  portavoce di pro Lombardia indipendenza

 

Ecco il testo della lettera aperta:

Siamo nati all’inizio degli anni Novanta: non abbiamo la politica nel sangue. Non l’abbiamo ancora, perlomeno; e non deve sorprendere. Mentre noi crescevamo, ciò che rimaneva delle ideologie si dissolveva: non abbiamo nemmeno visto il muro di Berlino, ci siamo persi le Madonne pellegrine e i brigatisti.

Senza la frenesia di fazione a farci da pungolo, alla politica siamo arrivati per vie traverse: i nostri interessi andavano in tutt’altra direzione. Stefano oggi studia fisica a Brescia, Riccardo l’anno prossimo andrà a Pavia per frequentare la stessa facoltà. Paolo ha un certo interesse per la filosofia politica, più che per la militanza: le due cose stanno agli antipodi.

L’imprinting di tutti noi è leghista, senza dubbio. Ma anche lì siamo arrivati in ritardo, giusto per renderci conto che quelle di Bossi erano soltanto bugie. Ciononostante, abbiamo riposto nel Carroccio un po’ della nostra fiducia: per questo errore abbiamo pagato meno di altri, più anziani, più seri di noi. Senza più una bandiera da sventolare né un simbolo da votare, abbiamo pensato bene di lasciar perdere, di abbandonare qualunque riferimento. Riccardo e Stefano, soprattutto, si sono rifugiati nei loro studi di fisica e matematica: e certo vi si trovano a loro agio. Ma nemmeno la terza legge della dinamica può salvarli, dato che in Italia tutto è politica: sia perché fioccano sigle e partiti, sia perché le televisioni non fanno che parlarne, sia perché l’apparato, cioè lo Stato, è dovunque: non solo in municipio, ma anche a scuola, sui treni, nei negozi, nelle strade, nei saloni delle banche.

L’Italia, per noi (a cui hanno risparmiato Cuore di De Amicis, grazie al cielo) è Trenord che si scusa per il disagio; è il muro crepato dell’aula scolastica; è lo sciopero del personale; è la negligenza e la maleducazione dei bidelli; è la macchina obliteratrice sempre fuori servizio. Piccole cose, d’accordo: minuscoli fastidi quotidiani che tuttavia non crediamo di meritare, e che nella terra dei cachi sono buona norma del vivere insieme. Non ci commuovono i sermoni di Napolitano: il fumo patriottico fa male ai polmoni, e noi vogliamo respirare liberamente. L’Italia ci ostacola pure nella ricerca della felicità; dove tutto è burocrazia, c’è torpore, chiusura, grigiore.

Nella certezza che ritagliarci uno spazio nel quale coltivare i nostri interessi sia fatica inutile, in un Paese che mortifica il merito e castiga l’impegno, non ci resta che proseguire gli studi altrove: dove andremo? Probabilmente in Svizzera, dove l’arroganza del potere trova ancora una forte resistenza.

Tuttavia, prima di andare ad irrobustire la legione dei «cervelli in fuga», ci sia consentita una presa di posizione: lasciateci dire semplicemente, come fanno i bambini, che non è giusto. Non è giusto che i lombardi, che poi sono i nostri genitori, i nostri parenti, i nostri amici più anziani, lavorino come bavaresi per vivere (quasi) come albanesi. Non è giusto che paghino per tutti, e che le loro tasse ingrassino lo Stato e i suoi traffici. Non è giusto che, come fossero asini, sia posto loro sul groppone un carico pesante e che il padrone continui a bastonarli; non è giusto, infine, che sia negato loro il diritto a decidere del proprio futuro.

Ci infischiamo dello «Stato di diritto» finché non ci garantisce il solo diritto che può renderci liberi: quello di dare vita a istituzioni volontarie, di inventare nuove forme di vita comunitaria. All’insegna dell’autodeterminazione dei popoli, delle famiglie e infine degli individui. Non c’è fervore nazionalista, non c’è rabbia in questa supplica: lasciateci fare. Siamo vicini al movimento Pro Lombardia Indipendenza, che tenta di interpretare il malcontento dei cittadini in questa fase storica; e nelle sue rivendicazioni scorgiamo l’uscita di sicurezza, la via maestra al cambiamento. Che ad esso si arrivi o meno, una cosa è certa: noi non moriremo italiani. Se andrà bene, fonderemo la Confederazione lombarda. Male che vada, andremo in Ticino per diventare cittadini svizzeri. Senza troppi rimpianti.

Paolo Amighetti

Stefano Baiguera

Riccardo Barbieri

 

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Questa voce è stata pubblicata il 31 dicembre 2012 da .

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