IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

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Scheda: Identità Oltrepò

 

Identità dell’Oltrepò è un movimento politico apartitico e trasversale ai partiti politici convenzionalmente intesi, fondato a Torrazza Coste (Pv) il 30 aprile 2007 da un gruppo di cittadini appartenenti a diverse categorie sociali, culturali e professionali.

L’attività principale di Identità Oltrepò è la promozione e la conservazione delle tradizioni culturali e storiche delle zone oltrepadane e la valorizzazione delle caratteristiche delle comunità comprese nell’area fra la provincia di Alessandria, Pavia, Piacenza e la valle Staffora . Il movimento, ottenuto il riconoscimento da parte delle diverse istituzioni (stato, regione, provincia e comuni), si fa carico di portare nelle istituzioni temi o problematiche quotidiane che riguardano il territorio oltrepadano con l’intento di porsi come serio interlocutore delle iniziative politiche nazionali, locali e comunitarie.

Identità Oltrepò è un movimento rivolto a tutti i cittadini e ai partiti politici con l’obiettivo di valorizzare la terra in cui viviamo.
Abbiamo intenzione di ascoltare tutte le persone sensibili che non si accontentano di una protesta formato internet (sempre pronta e pungente ma altrettanto carente di idee costruttive), non vogliamo essere strumento d’ingegneria sociale nelle mani di una lobby partitica, economica o finanziaria, siamo assolutamente estranei a tentazioni estremiste.

Messa da parte da una classe dirigente autoreferenziale, la nostra zona è stata trasformata in riserva per edilizia sfrenata con unità residenziali e commerciali sempre più capillarmente sparse a devastare il territorio.
In maniera preoccupante vediamo le nostre province convertirsi in città dormitorio, mentre il lavoro e i servizi vengono monopolizzati dalle zone decise dalla burocrazia economica.
I nostri concittadini aiutando più o meno inconsapevolmente tale progetto, vendono i terreni agricoli dove sorgono insediamenti che disintegrano il patrimonio circostante.
L’Oltrepò non deve essere terra di caccia libera per chi ha vista, gusto e mani lunghe, non può essere considerata solo la terra di chi paga le tasse, o di chi dovrebbe fare il vino ed il salame buono, la patria della gita domenicale, la zona della nebbia e degli incidenti stradali o del servizio di cucina sul Tg che fa colore.

Tutelare un’area vitale come la nostra non significa essere chiusi conservatori, ma vivere in un territorio aperto e attento a quanto accade nel resto del mondo.

Identità Oltrepò non caldeggia un ritorno al forzato paesanismo, già freno alla crescita del senso civico del nostro popolo, ma intende promuovere l’adozione di norme a maggiore connotazione oltrepadana per la più ampia autonomia dal potere centralista.
Continuare ad abbracciare incondizionatamente ideologie fallite è quantomeno sinonimo di pigrizia, è nostra intenzione farci carico di portare alle istituzioni battaglie legate ai temi che riguardano l’Oltrepò con l’intento di porci come interlocutori e responsabilizzare davvero chi rappresenta i cittadini.
La solita politica ormai ha stancato ed è a livelli minimi di fiducia, ma non si può abbassare la guardia in questi momenti fondamentali per il futuro nostro e dei nostri figli. Non possiamo permetterci il lusso di stare a
guardare e aspettare in una sorta di predestinazione. Dobbiamo avere la voglia di agire in prima persona per cambiare una politica troppo lontana dal cittadino, una politica fatta di favoritismi, scalate e falsa meritocrazia.
Identità Oltrepòti chiede di partecipare, di riflettere su queste cose e di credere che si possa ancora agire. Serve fermezza. Servono mentalità nuove.
Nel rispetto delle regole cercheremo di creare un territorio che cresca in dignità, che mantenga il patrimonio storico e culturale e che sia davvero vivibile per chi l’ha scelto come dimora o lavoro. Tutto questo senza il pedaggio di accordi a tavolino o di spartizioni territoriali preconfezionate da scelte partitiche.

 

www.identitaoltrepo.org/

http://www.facebook.com/identita.oltrepo

 

La finanziarizzazione esasperata dell’economia non ha portato a una crescita e a un livellamento delle disuguaglianze, bensì a una crisi economica mondiale di dimensioni finora sconosciute, a una crescita delle povertà e a un approfondimento della distanza fra poveri e ricchi fra le nazioni e al loro interno. Le guerre dell’ultimo decennio hanno solo fatto crescere i caduti da ogni parte e prodotto costi insostenibili per tutti.
L’ideologia della crescita e del liberismo ha alimentato l’odio di molti popoli verso l’Occidente e stimolato il terrorismo. Lo sviluppo fondato sui combustibili fossili ha ridotto le scorte e fatto crescere i costi economici e sociali delle fonti energetiche tradizionali, ma soprattutto ha messo in pericolo il prossimo futuro del pianeta con il cambiamento climatico e le conseguenze sull’ambiente. La privatizzazione della gestione di alcuni beni essenziali come l’acqua non ne ha migliorato la qualità e l’accesso. Le politiche di riduzione dei sistemi di welfare hanno ridotto le possibilità di protezione sociale, non hanno migliorato i budget pubblici e hanno contribuito a ridurre la coesione sociale.Ciò nonostante in molte parti del mondo e in Italia cresce la sensibilità attorno al bisogno impellente di cambiare, di porsi nuovi obiettivi e, quindi, di ragionare individualmente e collettivamente in modo diverso. Stanno crescendo un po’ dappertutto esperienze di finanza etica, di cooperazione allo sviluppo, di solidarietà sociale, di conversione ecologica dell’economia, di produzioni biologiche, di cittadinanza attiva e di partecipazione più aperta e sostenibile al governo dei territori, di tutela dei diritti dei lavoratori e dei consumatori, di apprezzamento e valorizzazione delle imprese capaci di produrre valore per esse e per le comunità a cui appartengono. Tutte queste esperienze costituiscono oggi un patrimonio di significativo valore per individuare una concreta e convincente via d’uscita dalla crisi globale. Eppure, la crisi globale sta facendo emergere la coerenza fra la dimensione locale e quella globale dei problemi. Ed è proprio questa lezione che può essere utile se si vuole davvero uscire dalla crisi finanziaria globale diversi da come ci si è entrati. Infatti, se la crisi sancisce il defi nitivo fallimento dei dogmi del neoliberalismo (la diffusione di un ordinamento privatistico su scala globale, l’assunzione a valore fondante della società le intrinseche capacità autoregolative del mercato, l’identifica-zione dell’individuo nella sua funzione di consumatore, la crescita lineare dei consumi), è giunto il momento di lavorare per la diffusione di un modello culturale nuovo per il XXI secolo. La crisi impone oggi una rilettura e una profonda rivisitazione di molti concetti e valori che hanno plasmato il mondo contemporaneo negli ultimi trent’anni. L’idea dello sviluppo economico come di una linea continua e crescente di benessere diffuso supportato da una disponibilità inesauribile di risorse e da un progresso tecnologico in grado di risolvere ogni problema, è oggi drammaticamente smentita tanto dal diffondersi della povertà quanto dall’acutizzarsi di problemi globali come i cambiamenti climatici. Sarà piuttosto l’approccio dello sviluppo umano quello maggiormente adatto a tenere insieme qualità della vita ed estensione dei diritti. L’idea stessa della democrazia è messa oggi a dura prova, dovendosi concepire non più come il miglior sistema di governo in contrasto con forme vecchie e nuove di populismo e concentrazione del potere, ma come un processo dinamico e partecipativo (non solo delegante), in continua espansione, che ritiene la composizione del demos come mobile, tale da includere ad esempio residenti non-cittadini che sono stranieri nella cultura e nella religione. Una democrazia che esalta il suo storico intreccio con diverse forme di welfare. Una democrazia che oggi è chiamata a riscoprire il valore della “sfera pubblica” e le interconnessioni tra responsabilità individuale e responsabilità collettiva: è in questo incrocio che acquista un valore nuovo la comunità, come la dimensione in cui questi diversi ambiti della responsabilità trovano signifi cato, in una pratica di comunità aperta, non ripiegata su se stessa nella ricerca ossessiva di una identità che esclude le diversità e i suoi simboli, ma predisposta all’inclusione, alla coesione sociale attraverso una strategia di cittadinanza attiva. Una democrazia che si fonda non solo sulla rappresentanza elettorale, ma sull’attiva partecipazione e confronto della cittadinanza con chi governa e la responsabilità di questi verso la loro comunità di riferimento; che integra continuamente i momenti di delega. Ciò significa che hanno un significato importante anche le azioni locali, che compiamo nella nostra comunità, qui ed ora. Ecco che la responsabilità globale si congiunge a quella locale; che futuro e presente si toccano; che la comunità locale si connette a quella globale a cui insieme partecipiamo. Comunità sostenibili e responsabili: è questo, dunque, il centro della nostra riflessione e del nostro impegno, perchè è da qui che può nascere un progetto che concorre significativamente a comporre una società capace di farci uscire diversi e migliori dalla crisi. Si tratta di una sfida culturale: mentre molti richiamano ad una idea chiusa delle comunità, finanche alla loro atomizzazione, illusi di avere un affaccio sul mondo solo attraverso la televisione e di perseguire la propria sicurezza attraverso l’erezione di nuovi muri e ghetti in cui confinare la diversità, noi sosteniamo il valore dell’apertura, della comunicazione, della dialettica, della responsabilità e della biodiversità, convinti che solo per questa strada può esservi un futuro sostenibile e un presente di benessere per tutti.Nel nostro Paese vi sono oltre 5.800 Comuni con meno di 5.000 abitanti. Sono realtà contrassegnate spesso dalla presenza e dalla vivacità di comunità che, con tenacia, desiderano costruire un futuro ora, sui loro territori. Sono realtà, queste, che potranno essere sempre più comunità sostenibili e responsabili. Nei prossimi anni sarà decisiva la capacità della classe dirigente nazionale e regionale di riformare la dimensione locale dell’economia e del welfare. I piccoli comuni rappresente- ranno dunque il punto di forza di una strategia di uscita dalla crisi del paese fondata sullo sviluppo della qualità. Il differenziale positivo di coesione presente nei piccoli centri si tradurrà – in un numero crescente di casi – in un fattore di sviluppo economico e sociale fondato sulla valorizzazione delle specificità locali. I piccoli comuni, puntando sulle proprie specifi cità, potranno crescere più della media del PIL nazionale.

  • Il patrimonio storico – culturale;
  • il paesaggio;
  • i prodotti tipici e la buona cucina;
  • la coesione sociale;
  • la qualità e lo stile di vita;
  • la creatività;
  • la capacità di produrre a livello locale;
  • il presidio del territorio e la tutela delle risorse.

Sono questi i “vantaggi competitivi” delle comunità locali. Il contributo che esse sono in grado di dare alle strategie di uscita dalla crisi e per un “nuovo inizio” per il nostro Paese sarà cruciale. Si ha l’opportunità e il “dovere” di “accendere qualche torcia” nel buio prolungato del tunnel che stiamo vivendo.È necessario superare il “deserto dei significati e dei progetti” che caratterizza questa fase del nostro paese; occorre “riedificare”, lanciare operazioni di “speranza” e di “fiducia” affinché, nelle comunità dei borghi, l’economia si fondi con la cultura e queste con la vita sociale per assicurare una prospettiva nella quale il “capitale sociale” generi sempre più relazioni costruttive, affidabilità, rispetto delle regole e quindi una vera convivenza civile.

www.identitaoltrepo.org/

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Questa voce è stata pubblicata il 9 novembre 2012 da .

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