IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

ilgiornaledellalombardia@gmail.com

Non deve stupire che la repubblica italiana sia illiberale, di Paolo Amighetti.

Limitare l’estensione e le pretese del potere politico è l’obiettivo di fondo di chiunque abbia a cuore la libertà, non solo individuale. Un modo per raggiungere tale scopo è frazionare il potere e impedirne l’accentramento. I sistemi coerentemente federali rispondono all’esigenza di restringere la supremazia del politico sull’iniziativa privata, impedendo l’amalgamarsi di un centro amministrativo monopolistico destinato in breve tempo a divenire autoritario e inefficiente. All’interno della federazione, il governo centrale ha competenze limitate e ben delineate, mentre le varie realtà locali periferiche godono di ampia autonomia. Anzi, sono sovrane per tutto ciò che le riguarda direttamente. Ne deriva una pluralità di regimi fiscali e di legislazioni sull’istruzione, sulla sanità, e via discorrendo: questo clima di concorrenza istituzionale è il vero punto di forza dei sistemi federali.
Innanzitutto, i cittadini possono confrontare le tendenze e l’operato dei governi locali e “votare con i piedi”: se, poniamo, un Cantone elvetico venisse male amministrato, sarebbe facile – come già accade del resto – per gli abitanti abbandonarlo per recarsi in un altro in cui la tassazione è più bassa e i cui servizi sono più efficienti. Cosa ancora più importante, una concorrenza tanto aspra impedisce ai governanti di comportarsi sconsideratamente, e ne limita in maniera decisiva gli appetiti. I cittadini sono infatti in grado di esercitare sulle istituzioni locali un controllo reale: i ventisei “staterelli” svizzeri hanno poca probabilità di trasformarsi in legiferatori autoritari. Quando il governo è forte e distante, la situazione si capovolge: è più probabile che il cittadino divenga facile preda del potere politico. In terzo luogo, la mancanza di un nucleo di potere abbastanza robusto da imporsi in modo omogeneo su tutto il territorio impedisce l’affermazione prepotente di una cultura dominante a scapito di quelle della periferia; non a caso nei ventisei Cantoni svizzeri si parlano svariate lingue (1) e resistono ancora forme di vita comunitaria locale risalenti all’età medievale (2). Ciò significa che, oltre al resto, la frammentazione del potere è in grado di garantire la conservazione di straordinarie eredità culturali, altrimenti spazzate via dall’arroganza di sovrani e parlamenti.
Insomma, verrebbe da dire che “piccolo è bello“, in tutti i sensi: e in effetti sarebbe impossibile per i capitani reggenti sammarinesi comportarsi come i governanti di Stati più vasti ed interventisti. Chi controlla uno Stato di dimensioni limitate infatti ha generalmente interesse a contenere le proprie ambizioni regolamentatrici, in virtù delle stesse regole che frenano i governi locali in un contesto federale. Scrive il filosofo Hans-Hermann Hoppe: ”Le dimensioni piccole contribuiscono alla moderazione. Uno Stato piccolo è circondato da molti concorrenti, e se tassa e regolamenta i suoi cittadini molto di più dei suoi concorrenti soffrirà inevitabilmente di emigrazione del lavoro e del capitale, che si tradurrà nella perdita degli introiti fiscali futuri. Prendiamo un unico nucleo familiare, un paese o un territorio indipendente. Un padre potrebbe mai fare a suo figlio, o un sindaco alla sua città, quello che l’Unione Sovietica ha fatto ai suoi cittadini (cioè impedire la proprietà privata di capitale) o quello che i governi dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti fanno ai loro cittadini […]? Ovviamente no. Ne seguirebbe immediatamente o una rivolta che rovescerebbe il governo o una migrazione verso un altro nucleo familiare o un altro paese”. (3)
In Italia lo scenario è completamente diverso. La nostra è tra le classi politiche più voraci ed incapaci d’Europa; la burocrazia complica l’amministrazione e rende farraginoso il ricorso al servizio pubblico; il malcostume politico dilaga anche a causa della condizione di totale irresponsabilità di cui gode la nomenklatura. Il centralismo italiano, che ha resistito al passare dei decenni, sembra inossidabile. Se la via federale è la strada maestra per godere di istituzioni più libere e di un reale potere di controllo sul governo, dovremmo chiederci perchè essa appaia così ripida e impervia. Come mai l’Italia delle piccole patrie e del municipalismo ha lasciato che il potere gettasse addosso a tutte le sue particolarità quella che Gianfranco Miglio definiva una “coperta funerea”? Un’occhiata alla storia dell’unità d’Italia può aiutare a far luce sul problema.
 Occorre innanzitutto una precisazione, e cioè che la storia dell’Italia contemporanea comincia in Francia, per due ragioni principali. La Francia era la terra di origine della dinastia Savoia, la quale anche dopo essersi volta al Piemonte mantenne la mentalità dei sovrani d’oltralpe; e di provenienza francese erano le nuove idee di Stato, nazione e sovranità, figlie della rivoluzione del 1789. Ad importarle al di qua delle Alpi furono le armate di Napoleone. Il cosiddetto Risorgimento italiano deve molto alla rivoluzione francese e al suo bagaglio ideologico. La Grande Armée si presentava come un esercito liberatore, giunto in Pianura Padana per scacciare gli oppressori e fare a pezzi l’intero sistema di potere dell’Ancient Régime. Questo proclama di Napoleone risale al 1796, anno d’inizio della campagna d’Italia: ”Italiani, l’esercito di Francia viene a spezzare le vostre catene: il popolo francese è amico di tutti i popoli; corretegli incontro; le proprietà, le consuetudini, la religione saranno rispettate! Faremo la guerra solo contro i tiranni che vi tengono schiavi”. (4)
Le promesse di libertà, uguaglianza e fraternità non vennero mantenute dal governo napoleonico, che trasformò gli Stati della penisola in vassalli dell’impero. Ma il seme era stato gettato: le idee della sovranità popolare, della volontà generale e dell’unità spirituale della nazione fecero breccia in molti intellettuali ed entrarono prepotentemente nella cultura politica della penisola. Il dovere di creare uno Stato-nazione legittimato dalla cosiddetta volontà generale postulata da Rousseau divenne il cardine dell’impegno politico degli uomini del Risorgimento. Prima i carbonari e poi Mazzini si servirono dunque del retaggio del giacobinismo negli anni successivi al 1815. Alla “Giovine Italia” mazziniana, che era a favore di un’Italia centralista e repubblicana, si opponevano i cosiddetti “moderati” come Vincenzo Gioberti. Il prete torinese pubblicò nel 1843 un volume intitolato Del primato morale e civile degl’italiani: in quelle pagine sosteneva la necessità di preservare il “genio” italiano unificando sì la penisola, ma dandole un assetto “federale”. Toccava al Papa promuovere la nascita di una confederazione sulla quale avrebbe dovuto esercitare il proprio blando controllo. Anche Gioberti, tuttavia, credeva poco in questo vago programma. Lavorò ad un libro simile, come rivelò dopo la pubblicazione, per proporre con forza la questione italiana, ed attirare l’attenzione del clero austriacante e conservatore. Scrisse Gioberti al filosofo politico Terenzio Mamiani: ”Se aggiungessi che ci credo [al progetto di confederazione capeggiata dal Papa, n.d.a] sarei matto affatto, e la Giovine Italia potrebbe noverarmi tra i suoi soci”. (5)
Un pensatore autenticamente federalista fu invece Carlo Cattaneo. Il filosofo milanese, esperto conoscitore del mondo svizzero, ne apprezzò la cultura, l’efficienza e l’ordinamento. Più che ad un’aggregazione di Stati sotto la presidenza del Pontefice, pensava ad un sistema cantonale ispirato al modello elvetico. Nemico del centralismo monarchico, divenne presto una figura di spicco in Lombardia; arrivò a capeggiare il Consiglio di guerra durante i moti milanesi del 1848. Rifiutò l’aiuto piemontese durante le cinque giornate, diffidando del re Carlo Alberto; in seguito alla repressione austriaca si ritirò in Ticino. Cattaneo, va detto, non conosceva l’Italia mediterranea, diversa in tutto e per tutto da quella alpina: come scrisse Indro Montanelli, “l’Italia del Cattaneo è quella cisalpina. […] Del resto Cattaneo […] andò a Napoli e resistette qualche giorno. Poi si arrese e tornò a Lugano, nella sua Svizzera”. (6)
Ordinare l’Italia intera in senso federale si rivelò impossibile per ragioni politiche, oltre che culturali e strutturali: fallì anche il timido tentativo di costituire una Lega italica sul modello dello Zollverein germanico (7). Il Piemonte, infatti, non aveva interesse all’apertura delle frontiere con gli altri Stati della penisola, e Carlo Alberto si rendeva conto che un patto simile avrebbe comportato l’inviolabilità territoriale di tutti gli aderenti. E lui, come tutti i Savoia, era convinto che il Piemonte dovesse divorare il carciofo italiano una foglia dopo l’altra: cioè sottomettere alla corte di Torino l’intera penisola, per potervi esercitare il suo monopolio.
 Dopo la disfatta di Piemonte e alleati nella prima guerra d’indipendenza ogni progetto di federazione sfumò. Ma va detto che tale piano presentava delle pecche anche nelle sue premesse teoriche. Un’autentica federazione, infatti, sorge dal basso, grazie allo svilupparsi spontaneo di comunità indipendenti che stringono accordi pattizi mutuamente vantaggiosi. Un sistema federale non può nascere per decreto: a metà del XIX secolo le popolazioni della penisola non avevano né la volontà di stare insieme né i mezzi necessari a far valere una simile aspirazione, se l’avessero avuta. Conducevano la partita sparute minoranze d’intellettuali e i governi dei singoli regni: tant’è vero che l’Italia venne fatta nell’indifferenza della maggioranza o contro di essa. Dopo il fallimento della campagna contro l’Austria del 1848, nella quale l’esercito di Carlo Alberto aveva combattuto a fianco dei volontari toscani e delle truppe pontificie e duosiciliane (ritiratesi anticipatamente dal conflitto), gli Stati italiani abbandonarono ogni iniziativa corale; e a Torino prevalse definitivamente l’idea che l’Italia dovesse nascere grazie al solo Piemonte e sotto le insegne sabaude. Per sgominare l’Austria, però, a Torino servivano degli alleati potenti: e il nuovo primo ministro Cavour ebbe buon gioco nell’attirarsi la simpatia di Napoleone III di Francia. Nel 1858, a Plombières, i due statisti si accordarono per un’alleanza antiaustriaca e raggiunsero un’intesa sulla futura suddivisione dell’Italia.
Essa prevedeva:
– La creazione di un regno dell’Alta Italia sotto la sovranità di Casa Savoia, che si sarebbe esteso fino all’Isonzo comprendendo tutta la valle del Po, i Ducati e parte delle legazioni pontificie;
– La costituzione di un regno dell’Italia centrale con capitale Firenze composto da Toscana, Emilia e dai rimanenti Stati del Papa da affidare a un sovrano da stabilire (forse il principe Gerolamo cugino di Napoleone III);
– La conservazione del regno dell’Italia inferiore negli antichi confini del regno delle Due Sicilie sotto la corona dei Borbone;
– Che allo Stato della Chiesa sarebbero rimasti soltanto Roma e il territorio circostante ma, per compensarlo della perdita territoriale, al Papa sarebbe stata offerta la presidenza onoraria della confederazione italiana comprendente i tre Stati. (8)
Era la riproposizione di un modello simil-federalista che sarebbe stato ripudiato da Cavour stesso dinanzi a circostanze inaspettate. Le guerre vittoriose del 1859 garantirono ai Savoia la Lombardia, e la Francia poté richiedere al Piemonte Nizza e la regione della Savoia. Gli eventi, tra il 1860 e il 1861, precipitarono grazie alle incursioni garibaldine nel regno duosiciliano e alle annessioni dei Ducati emiliani e del Granducato di Toscana. Cavour, quando il suo segretario Costantino Nigra gli propose di temporeggiare dopo l’arrivo di Garibaldi nel Sud, rispose che “i maccheroni non sono ancora cotti, ma le arance sono già sulla tavola e non possiamo rifiutarle“. Il cinico statista si adattava all’evolversi della situazione, e si avviava all’annessione del Meridione. Nel 1866 fu la volta del Veneto e nel 1870 i bersaglieri occuparono Roma facendone la capitale del regno d’Italia.
L’assetto politico del nuovo Stato era coerente con le premesse poste dall’unificazione: le istituzioni piemontesi sostituirono i vecchi ordinamenti preunitari. Venne adottato un modello rigidamente centralista, in linea con la tradizione dello Stato conquistatore, adatto a nascondere le debolezze di un Paese unito con la forza e a soddisfare le pretese della classe dirigente monopolistica. All’alba dell’unità, un articolato progetto di decentramento fu studiato da Marco Minghetti: egli propose la costituzione di “grandi province” con ampi poteri, che potessero ovviare ai problemi che complicavano l’amministrazione centralizzata. Una riforma del genere strideva con i paradigmi dell’unificazione, operazione di vertice avversa ad ogni frammentazione del potere; e gli stessi “consorzi di province” proposti da Minghetti dipendevano direttamente dal sovrano Vittorio Emanuele II, dovendo essere i loro governanti di nomina regia. Il progetto sfumò, come tutti gli altri che l’avevano preceduto. Questa è l’eredità politica del Risorgimento: l’assetto politico italiano nei secoli XX e XXI è figlio della maniera in cui il processo unitario fu portato a compimento.
L’Italia cosiddetta liberale rimase uno Stato prefettizio e burocratico, senza alcuna sensibilità per le esigenze della periferia. Per assistere ad un mutamento della scena politica in Italia bisogna attendere il dopoguerra e l’avvento del fascismo: lo Stato corporativo, com’è facile immaginare, irrigidì la struttura centralizzata del Paese aggredendo le culture minoritarie in omaggio alla romanità del regime. Il Südtirol divenne così Alto Adige, e il sedicente Stato totalitario tentò d’incorporare al suo interno l’intera società. Nel secondo dopoguerra, a monarchia decaduta, i costituenti avvertirono che la contraddizione tra il centralismo governativo e la spontanea inclinazione al decentramento andava sanata: infatti assieme all’ultimo Savoia scompariva lo storico collante che aveva tenuto insieme il Paese per ottant’anni, e cioè l’istituzione monarchica, garante sino a quel momento dell’unità. Perchè la repubblica non divenisse preda di forze centrifughe, venne escogitato il sistema ambiguo delle regioni: entità arbitrarie troppo piccole per esercitare funzioni di governo e troppo grandi per essere organi amministrativi. (9) Di fatto, come diceva Gianfranco Miglio, le regioni sono diventate lo sgabello della carriera politica nazionale. “Si cominciava, secondo la vecchia mitologia liberale, come si diceva, ad «imparare l’amministrazione nel comune, prima come consigliere comunale, poi come assessore e come sindaco»: e così cominciavano a imparare a rubare; «poi pian piano si doveva accedere a provincia, regione, fino ad arrivare in parlamento» dove si fanno i grandi furti”. (10) Dopo il crollo dei socialismi reali e lo scoppio di Tangentopoli, si affermò con forza un nuovo regionalismo interpretato abilmente dalla Lega Nord, con la quale lo stesso Miglio collaborò per attuare una coerente riforma federale. Nonostante la grande competenza del Profesùr e la necessità del superamento di un assetto ampiamente imperfetto e dannoso per i ceti produttivi settentrionali (ai quali lo Stato deve un’enorme quantità di ricchezza), anche queste proposte finirono nel dimenticatoio.
Non deve stupire che la repubblica italiana sia decisamente illiberale. Questo è il destino di un Paese che da più di un secolo e mezzo ha ripudiato l’autogoverno territoriale, ed è rimasto insensibile al nesso tra il frazionamento del potere centrale e la libertà degli individui.

di PAOLO AMIGHETTI

NOTE
1. La Svizzera ha quattro lingue ufficiali, il tedesco, il francese, l’italiano e il romancio; ma sono diffusi dialetti tedeschi come lo Schwitzerdütsch e francesi come il patois, oltre al lombardo e alla lingua tipica degli zingari svizzeri, lo Jenisch.
2. Mi riferisco alla Landsgemeinde, assemblea di origine medievale durante la quale i cittadini, riunitisi in piazza, votano per alzata di mano. Resiste ai nostri giorni nei Cantoni dell’Appenzello interno e di Glarona. È interessante notare come istituzioni e consuetudini medievali siano ancora vive laddove il potere politico dello Stato moderno non ha avuto modo d’imporsi con forza.
3. Hans-Hermann Hoppe, Democrazia: il dio che ha fallito, pp. 170-171 (Macerata, Liberilibri, 2006).
4. Napoleone e l’Italia, in Conoscere, vol VI, pp. 1072-1073 (Milano, Fabbri Editori, 1959).
5. Indro Montanelli, L’Italia del Risorgimento, p. 102 (Milano, Rizzoli, 1972).
6. Dall’intervista di Indro Montanelli, Il grande vecchio del giornalismo rilegge gli ultimi anni della nostra storia, 25 luglio 1995.
7. Lo Zollverein era un’unione doganale degli Stati tedeschi creata nel 1834, che pose le basi per la futura unificazione politica della Germania.
8. Arrigo Petacco, Il regno del Nord: 1859: il sogno di Cavour infranto da Garibaldi, pp. 16-17 (Milano, Mondadori, 2009).
9. Gianfranco Miglio, Come cambiare: le mie riforme p. 31 (Milano, Mondadori, 1992).
10. Da Intervista a Gianfranco Miglio, Quaderni Padani, n.7, settembre-ottobre 1996.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 30 luglio 2012 da .

Visite

  • 38,655 visite singole

Enter your email address to follow this blog and receive notifications of new posts by email.

Segui assieme ad altri 61 follower

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: