IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

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DEL POTERE E DEL DIRITTO DI RIVOLTA DEI CITTADINI.

Riceviamo e pubblichiamo:
DEL POTERE E DEL DIRITTO DI RIVOLTA DEI CITTADINI
di Enzo Trentin

Naturalmente non è semplice dar vita a una società libera e pacifica. Servono notevoli capacità strategiche, organizzative e di pianificazione. Soprattutto, serve il potere. I sostenitori della democrazia non possono sperare di abbattere una qualsiasi dittatura, ivi compresa quella dei partiti politici italioti, e di garantire la libertà politica senza essere in grado di esercitare con efficacia il potere di cui dispongono. Ma come è possibile? Che genere di potere può mobilitare l’opposizione democratica per distruggere la dittatura della partitocrazia e la sua vasta rete militante, militare e poliziesca? Le risposte si trovano in un’interpretazione spesso ignorata dei potere politico. Raggiungere questa intuizione non è poi così complicato: alcune verità fondamentali sono anzi piuttosto semplici.
Una parabola cinese di Liu Ji, risalente al XIV secolo, fornisce un esempio piuttosto efficace di questa interpretazione trascurata del potere politico:
Nel feudo di Chu, un vecchio si guadagnava da vivere ammaestrando scimmie. La gente del posto lo chiamava «Ju Gong» (signore delle scimmie).
Ogni mattina, il vecchio radunava le scimmie nel suo cortile, e ordinava alla più anziana di condurre le altre sulle montagne per raccogliere frutta da cespugli e alberi. Ogni scimmia doveva consegnare un decimo del raccolto al vecchio, questa era la regola. Quelle che non la rispettavano, venivano frustate senza pietà. Tutte le scimmie pativano gravi sofferenze, ma non osavano lamentarsi.
Un giorno, una scimmietta chiese alle compagne: «È stato il vecchio a piantare gli alberi da frutta e i cespugli?». Le altre risposero: «No, sono cresciuti spontaneamente». Allora la scimmietta domandò: «Non possiamo raccogliere i frutti senza il permesso del vecchio?». E le altre: «Certo che sì». La scimmietta proseguì: «Allora perché dobbiamo dipendere da lui, perché dobbiamo servirlo?».
Prima che la scimmietta potesse finire la frase, tutte le altre scimmie all’improvviso ebbero un’illuminazione. Quella notte stessa, mentre il vecchio dormiva, le scimmie abbatterono il recinto in cui erano segregate, presero i frutti che il vecchio aveva in magazzino, li portarono nella foresta e non fecero più ritorno. Alla fine, il vecchio morì di fame. Yu Li Zi dice: «Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno e non con rettitudine. Non sono forse come il signore delle scimmie? Non si rendono conto della propria confusione mentale. E appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più».
L’affermazione del Diritto di rivolta dei cittadini fu argomentato e previsto da alcuni costituenti intellettualmente onesti che provarono ad introdurlo nella Costituzione, ma la maggioranza nell’Assemblea era già allora assai peggiore del regime che aveva combattuto. Lo dimostra la storia, scomoda per gli incensatori di regime, del secondo comma dell’articolo 50 del Progetto di Costituzione presentato per la definitiva approvazione all’Assemblea Costituente, da parte della Commissione dei 75 e discusso il 4 e 5 dicembre 1947.
Ecco il testo proposto all’Assemblea dalla Commissione:
«Quando i poteri pubblici, violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino.»
L’Assemblea lo respinse. Sul diritto di rivolta dei cittadini riportiamo alcune parti del dibattito avvenuto alla Costituente.
On. Pietro Mastino: «Il cittadino ha l’obbligo di difendere contro ogni violazione le libertà fondamentali, i diritti garantiti dalla Costituzione e l’ordinamento dello stato… Lo stesso codice fascista lo ammetteva (il diritto all’insurrezione) ripetendo un concetto già affermato nell’art. 199 del Codice Zanardelli… Oltre a questo profilo giuridico vi è però una ragione morale, per cui lo Statuto acquisterà d’importanza quando si sarà stabilito l’obbligo del cittadino di difendere i diritti fondamentali, ma nell’interesse dello Stato e della collettività tutta.»
Dall’intervento dell’on Tito Oro Nobili: «…Il diritto di resistenza all’arbitrio fu rigorosamente consacrato dal diritto pubblico inglese fin da quando l’Inghilterra, dopo la memorabile sua rivoluzione, conquistò le libertà politiche (Loch, Algermon, Sidney, Milton, ecc.). E la costante tradizione inglese osservò il principio della limitata obbedienza, della quale era corollario il diritto di resistenza, anche collettiva, all’arbitrio degli organi di potere. …La resistenza non è un’aggressione e tanto meno una rivoluzione; essa è una difesa. Perché astenersi dall’insegnare al popolo che questa difesa, in situazioni eccezionali, sarebbe non tanto legittima ma doverosa? …s’intende che la legittimazione della resistenza trova la condizione limite nella perpetuazione da parte dei pubblici poteri di un eccesso, di un abuso, di un sopruso.»
Dall’intervento dell’on. Fausto Gullo: «A me pare che nella nuova Costituzione noi dobbiamo affermare il diritto del cittadino a ribellarsi all’arbitrio e alla tirannia… Ma quale Costituzione ha mai fermato un popolo dal conquistare i suoi diritti o un tiranno dal calpestare i diritti stessi? Nessuna Costituzione è riuscita a ciò. …E’ un monito che si dà all’autorità. …Affermare questo principio non significa altro che dare concreta attuazione a quegli altri diritti che noi abbiamo affermato nella parte generale della Costituzione, i diritti dei cittadini, i diritti dell’uomo. Se questi diritti sono violati ed offesi dall’autorità costituita, i cittadini offesi, e come collettività e come singoli, hanno diritto a ribellarsi.»
Dall’intervento dell’on. Mortati: «Noi abbiamo creato un insieme di garanzie atte a preservare dalla violazione dei diritti anche di fronte ai supremi organi dello Stato… è tradizionale nel pensiero cattolico l’ammissione del diritto naturale alla ribellione contro il tiranno.»
Come detto: i costituenti che appartenevano a partiti ideologici già di per sé obsoleti, dopo aver generato ben due conflitti mondiali, vararono la Costituzione che ben conosciamo e che permette ai partiti stessi l’egemonia sui cittadini che vorrebbero rappresentare e difendere.
Dove risiedono dunque le fonti essenziali del potere politico
Il principio è semplice. I dittatori partitocratici necessitano della collaborazione del popolo su cui dominano: senza questa collaborazione non possono conquistare e mantenere le fonti del potere politico. Tali fonti includono:
• autorità: la convinzione popolare che il regime sia legittimo e che obbedire sia un dovere morale;
• risorse umane: la quantità e l’importanza degli individui e dei gruppi che obbediscono, collaborano o forniscono assistenza al regime;
• capacità e conoscenza: forniti dai collaborazionisti singoli e dai gruppi, sono necessari al regime per compiere azioni specifiche;
• fattori intangibili: fattori psicologici e ideologici che possono indurre gli individui a obbedire e aiutare le autorità;
• risorse materiali: il grado in cui le autorità controllano o hanno accesso a proprietà, risorse naturali e finanziarie, sistema economico e mezzi di comunicazione e trasporto;
• sanzioni: punizioni, minacciate o praticate, contro i disobbedienti e coloro che non collaborano, per assicurare la sottomissione e l’appoggio necessari alla sopravvivenza del regime.
Tutte queste fonti dipendono comunque dal consenso di cui gode il regime, dalla sottomissione e dall’obbedienza della popolazione e dal sostegno dei numerosi strati sociali e delle varie istituzioni. E non sono garantite. La piena collaborazione, l’obbedienza e il sostegno aumenteranno la disponibilità delle risorse e, di conseguenza, espanderanno il potere di qualsiasi governo. D’altro canto, l’assottigliarsi del consenso popolare e istituzionale verso gli aggressori e i dittatori partitocratici inficia (al punto da poterla ridurre drasticamente) la disponibilità delle fonti di potere da cui questi dipendono.
Naturalmente, la partitocrazia è sensibile alle azioni e alle idee che minacciano la sua capacità di fare ciò che essa vuole, perciò gli statolatri e i partitocrati sono inclini a minacciare e punire quanti disobbediscono, scioperano o si rifiutano di collaborare. La storia però non finisce qui. La repressione, persino quella più brutale, non sempre riesce a ristabilire il grado di sottomissione e collaborazione necessario perché il regime continui a funzionare.
Se, nonostante la repressione, le fonti del potere possono essere limitate o recise per un tempo sufficiente, i risultati iniziali possono tradursi in un momento di incertezza e confusione nella partitocrazia. Che probabilmente porterà a un evidente indebolimento del suo potere. Nel tempo, il blocco delle fonti di potere può comportare la paralisi del regime, riducendolo all’impotenza; e, nei casi più estremi, provocandone la disintegrazione. Prima o poi, il potere del dittatore morirà di fame politica.
Il livello di libertà o di tirannide in qualsiasi forma di governo, quindi, è soprattutto un riflesso della relativa determinazione degli individui a essere liberi, e della loro volontà e capacità di resistere ai tentativi di schiavizzarli.
Contrariamente all’opinione popolare, persino i totalitarismi dipendono dalla popolazione e dalla società su cui esercitano il loro potere. Come scrisse il politologo Karl W. Deutsch nel 1953: «Il potere totalitario è saldo solo se non dev’essere utilizzato con troppa frequenza. Se invece bisogna usarlo tutte le volte contro tutta la popolazione, difficilmente avrà vita longeva. Dato che i regimi totalitari richiedono più potere rispetto ad altre forme di governo per occuparsi degli individui, essi necessitano anche di un maggior grado di accondiscendenza tra la popolazione; inoltre, in caso di bisogno devono poter contare sul sostegno attivo di strati significativi della popolazione.»
Su quale sostegno possono contare i partitocrati che sperperano le pubbliche risorse in privilegi autoelargitisi tanto da meritare l’appellativo di «Casta»? Del consumo del territorio mediante opere pubbliche faraoniche e dal dubbio interesse collettivo? Dal mancato funzionamento della sicurezza personale e della giustizia? Dalla corruzione dilagante ed incontrollata? Dalla tassazione esorbitante e inaudita? Dalla mancanza delle più elementari regole democratiche?

Accademia degli Uniti

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Questa voce è stata pubblicata il 25 febbraio 2012 da .

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