IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE

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TUTTI I PARTITI SONO DEMOCRATICI… QUANDO CONVIENE LORO.

Riceviamo e pubblichiamo:
Articolo di Enzo Trentin

Secondo un sondaggio effettuato in 19 paesi durante il primo semestre del 2010 si rileva che l’opinione pubblica mondiale nell’85% degli intervistati crede che “la volontà del popolo” dovrebbe essere la base per l’autorità di governo, e il 74% crede che il principio della sovranità popolare nella pratica è ancora insufficientemente realizzato. In altre parole, la gente è d’accordo che la democrazia diretta deve essere un pilastro centrale della vita pubblica; ma la maggior parte sono anche consapevoli che questo è ben lungi dall’essere una realtà.
C’è una storiella che meglio d’ogni altra spiegazione chiarisce la differenza tra democrazia rappresentativa (quella che i politicanti difendono a spada tratta, poiché in tal modo difendono i loro privilegi) e la democrazia diretta. L’ha creata il fiammingo Jos Verhulst e può spiegare meglio d’ogni altra argomentazione.
Egli immagina di venire bloccato di notte da cinque ladri che l’obbligano a consegnare loro il portafogli. Però gli lasciano la scelta a quale fra i 5 consegnarlo. Lui lo da’ a quello che gli sembra meno odioso, il quale successivamente viene arrestato dalla polizia. Durante il confronto il ladro afferma: «Io non ti ho rubato il portafogli; tu me l’hai dato di tua spontanea volontà. In fondo potevi anche decidere di non darmelo.» La perversità di questa argomentazione è chiara. Jos Verhulst poteva davvero decidere di non dare il portafogli a questo ladro, ma era stato obbligato a dare il suo portafogli ad uno dei 5 contro la sua volontà. Gli era stata cioè negata la possibilità di tenersi il portafogli.
A questo punto il cittadino-elettore-contribuente può sostituire in questa storiellina i ladri con i partiti politici. Il suo diritto a partecipare direttamente al processo decisionale, con il portafogli. Otterrà così l’argomentazione che i sostenitori della democrazia rappresentativa pura di solito usano.
Come la libertà di scegliere a chi dare il suo portafogli era una falsa libertà, così il mandato nella democrazia rappresentativa pura è un falso mandato, proprio perché imposto.
Gli strumenti della democrazia diretta sono presenti in molti paesi. Anche nel paese di Arlecchino e Pulcinella; tuttavia qui sono stati edulcorati e resi inservibili. Si pensi al referendum “consultivo” presente quasi ovunque in Comuni, Province e Regioni. Cosa sia lo dice la sentenza della Corte costituzionale n. 334/2004, che chiarisce benissimo in cosa consista: «…dal momento che il referendum ha carattere consultivo e non priva il legislatore nazionale della propria assoluta discrezionalità quanto all’approvazione della legge che…».
Dunque, per analogia, anche il Consiglio comunale o provinciale o regionale sono liberi di NON tener conto dell’esito. Ovverosia, dopo che la maggioranza dei cittadini si è espressa su di un determinato argomento, una minoranza di ‘rappresentanti’ s’arroga il diritto di deliberare anche in senso contrario. È stato così per il referendum del Comune di Lamon che voleva cambiare Regione, ed è stato così per gli altri Comuni che lo hanno imitato. E la chiamano democrazia. Sigh!
Ebbene se il referendum è lo strumento di democrazia diretta per eccellenza. Ci sono anche la facoltà d’iniziativa (di delibere per gli Enti locali e di Leggi regionali e nazionali), oltre alla revoca del mandato, assai praticata in quei paesi dove la democrazia si esercita realmente. Si veda “Recall election” http://en.wikipedia.org/wiki/Recall_election
Malgrado ciò, vediamo che la maggior parte dei politici argomentano contro il referendum. Colpisce il fatto che più elevato è il livello di potere reale di cui dispongono, più vigorosamente molti politici fanno resistenza al referendum. Così facendo, essi adottano in pratica gli stessi argomenti che erano già stati utilizzati un tempo per opporsi al diritto di voto dei lavoratori e delle donne. Si può anche dimostrare che questi argomenti sono di valore molto scarso.
Da sondaggi d’opinione tenuti tra i politici in genere appare chiaro che la maggioranza di loro sono avversi all’esercizio della sovranità popolare.
In Danimarca ai membri del Parlamento nazionale è stato chiesto il loro parere sull’affermazione: «Ci dovrebbero essere più referendum in Danimarca». La grande maggioranza dei membri del Parlamento era contraria a questo. In tre partiti: Socialdemocratici, Liberali di sinistra e Democratici di centro furono contrari al 100%; inoltre erano contro il 96% dei membri della Destra liberale e il 58% dei conservatori. Solo una (larga) maggioranza dei Socialisti e del Partito popolare danese erano a favore. [vedasi: giornale «Jyllands Posten», 30 dicembre 1998]
Nel 1993 Il professor Tops di Tilburg (uno scienziato politico) condusse un sondaggio di opinione nei Paesi Bassi tra i membri di consigli comunali. Meno di un quarto erano a favore dell’introduzione del referendum obbligatorio. [vedasi: «NG Magazine», 31 dicembre 1993] Un altro sondaggio, condotto dall’Università di Leiden, trovò che il 36% di tutti i consiglieri comunali si pronunciarono a favore della introduzione del referendum facoltativo e il 52% era contro. Consiglieri del VVD (Liberali di destra) e del CDA (Democratici cristiani) erano contro addirittura con una media del 70%. Solo i Verdi di sinistra ed il D66 (Liberali di sinistra) presentavano una maggioranza dei consiglieri a favore del referendum facoltativo [vedasi: Binnenlands, Bestruur periodico del governo locale, 18 febbraio 1994].
L’Instituut voor Plaatselijke Socialistische Actie (Istituto per l’azione socialista locale) condusse in Belgio un sondaggio d’opinione tra i politici socialdemocratici locali sul referendum comunale. Solo il 16,7% erano sostenitori incondizionati del referendum obbligatorio. [vedasi: giornale «De Morgen», 31 gennaio 1998]
Le ricerche di Kaina (2002) hanno fornito un interessante quadro sulle dinamiche del sostegno delle élite. Esse hanno esaminato la volontà di varie élite tedesche di introdurre la democrazia diretta. Tra l’altro le ha suddivise in élite politiche, élite sindacali ed élite imprenditoriali. Sul totale delle élite il 50% espresse un grado «elevato» ovvero «molto elevato» di sostegno alla democrazia diretta (nel pubblico in generale questo dato è considerevolmente superiore, l’84%). Ci sono però grandi differenze fra le varie élite. Nell’élite sindacale l’86% espresse un grado ‘elevato’ o ‘molto elevato’ di sostegno, mentre nell’élite imprenditoriale questo grado fu solo del 36%. Tra l’élite politica vediamo una rappresentazione di estremi. Nei post-comunisti PDS e nei Verdi il sostegno ‘elevato-molto levato’ non era meno del 100%; nei socialdemocratici SPD era il 95% e nei Liberali della FDP il 78%, ma nella CDU/CSU solamente il 34%. Infatti una maggioranza del Parlamento tedesco aveva già approvato un emendamento alla Costituzione introducendo un sistema abbastanza buono di democrazia diretta; purtroppo, essendo richiesta una maggioranza dei due terzi, furono in particolare i politici del CDU/CSU che lo bloccarono. Se andiamo a vedere gli elettori di tutti i partiti, però, senza eccezione alcuna, hanno una larga maggioranza a sostegno della democrazia diretta. Per concludere: i politici della CDU non rappresentano più il popolo riguardo a questo punto, e nemmeno i propri elettori, ma pare che si pieghino ai desideri dell’élite del business.
La questione fu a suo tempo spiegata dal professor Gianfranco Miglio, il quale affermava: «A differenza che nel passato, oggi il capo politico non distribuisce più terre conquistate, e nemmeno feudi, ma rendite economiche. La filosofia però non è cambiata, nemmeno se la confrontiamo con quella che regolava i rapporti fra le famiglie nelle società di cacciatori-raccoglitori. Infatti, non esiste alcuna differenza strutturale fra l’atto con cui il capo-caccia stacca e divide le parti della preda tra coloro che hanno partecipato alla caccia e l’atto formale con cui un «capo-banda» politico dei nostri giorni attribuisce una rendita politica a uno dei suoi seguaci: un posto in un’azienda pubblica, una prebenda qualsiasi, un posto di giornalista o di dirigente della Radio-TV e via dicendo. Quello che un tempo faceva l’esercito oggi lo fa il partito politico, che è (secondo lo studioso) una grande macchina per assegnare rendite politiche ai propri seguaci” (vedi Miglio: «Federalismi farsi e degenerai»).
Ciò nonostante in molti luoghi nel mondo d’oggi gli strumenti d’iniziativa dei cittadini e il referendum sono diventati una robusta componente della moderna democrazia. Questo è vero per circa la metà degli USA, della Svizzera, ed anche per la monarchia ereditaria del Principato del Liechtenstein.
Una lezione su cui meditare ci viene dal paese dove i cittadini decidono tutto: la California patria della democrazia diretta. Il “Parlamento” più grande del mondo che chiama alle urne ogni due anni circa 15 milioni di elettori-deputati. Basta raccogliere le firme del 5% degli aventi diritto per promuovere una consultazione, varare, abolire o emendare leggi, diminuire le tasse, tagliare la spesa pubblica, elevare il salario minimo. Mentre con le firme dell’8% si può cambiare la Costituzione.
Nel ‘Belpaese’ la cosa più assurda è che siano proprio i ‘nominati’ dai partiti (troppo spesso corrotti) a tassarci. Una classe politica, senza vergogna che in coro ripete: “Italiani avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità… è questa la causa del debito pubblico.” Che è come dire “vi abbiamo regalato ciò che avete, quindi possiamo tassarvi come vogliamo.”
A parte il fatto che milioni di Italiani ciò che hanno se lo sono guadagnato, c’è da constatare come il risultato di innumerevoli referendum sia stato eluso o cassato dai ‘rappresentanti’: uno per tutti il finanziamento pubblico ai partiti. Questi signori possono parlarci dall’alto in basso, perché la nostra democrazia è ‘rappresentativa’, e gli strumenti della democrazia diretta sono aggirati ed edulcorati. Così noi cittadini dobbiamo pagare per i loro comodi e privilegi, le loro tangenti, i loro investimenti sbagliati, le grandi opere da loro progettate: ospedali ed altre opere pubbliche non finite, strade che portano al nulla e chi più ne ha più ne metta. Mentre i cittadini che lavorano e producono sono esposti alla berlina mediatica come riprovevoli evasori fiscali.
Analizziamo, invece, ciò che ebbe a dire Kaspar Villiger, uomo politico e industriale svizzero, che è stato consigliere federale dal 1989 al 2003 e presidente della confederazione (carica che dura un solo anno) nel 1995 e nel 2002:
«Il federalismo svizzero vive del principio sancito nella Costituzione. È la sussidiarietà verticale istituzionale, dal basso verso l’alto: quello che non può fare il singolo cittadino lo fa il Comune, ciò che non può fare il Comune lo fa il Cantone e quello che non fa il Cantone lo fa la Confederazione. Questo enorme vantaggio svizzero funziona solo se chi decide la spesa è anche colui che decide le imposte. In altre parole, si tratta di ciò che il popolo svizzero accettò a larghissima maggioranza nel 2004 nell’ambito degli articoli costituzionali per la nuova perequazione finanziaria e il nuovo riparto dei compiti tra Confederazione e Cantoni. In una frase: chi comanda paga, chi paga comanda».
Domanda retorica: chi sono da noi i politici che pagano ed avrebbero titolo a comandare?

Accademia degli Uniti

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Questa voce è stata pubblicata il 22 febbraio 2012 da .

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